SONDAZZO SULLO STATO DELLE LIBRERIE ITALIANE. Quando hai cercato in libreria il mio nuovo romanzo:

"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

venerdì 26 febbraio 2010

RACCOLTA DIFFERENZIATA (4) - vecchi racconti inediti del Nick


STOP!



Quest’anno l’avremmo vinta, la gara dei castelli di sabbia. Io e gli altri bambini della banda dell’Oasi ne eravamo sicuri. Perché non solo si lavorava con lena e passione e fantasia al nostro meraviglioso castello, ma nel frattempo a turno si pattugliava. Si spiava. Si controllava cosa combinavano gli altri. E la concorrenza stavolta era scarsa. Molto scarsa. Meno di scarsa. Inesistente e penosa. Mancavano ormai pochi minuti, e mentre noi ci si dava dentro coi ritocchi finali – impreziosire le merlature, ricavare finestrelle nelle torri, creare boschetti di alghe – tutti gli altri poveri stronzi non potevano far altro che mettersi il cuore in pace. Avremmo vinto noi.

La concorrenza si divideva grosso modo in due tipologie di perdenti: i bambinetti incapaci che s’erano fatti aiutare da adulti sleali armati di badili e cazzuole, e i bambinetti incapaci che con paletta e secchiello avevano tirato su quattro patetiche torri e mura cadenti. I primi sarebbero stati squalificati, i secondi avrebbero vinto i premi di consolazione. Ma un castello grande e ben fatto come il nostro su questa spiaggia non lo avevano visto mai. Era così alto che ti ci potevi sedere all’ombra. Tutta la gente che passeggiava lungo la battigia tra le conchiglie e i granchiolini si fermava per ammirarlo, e addirittura un vecchietto chiese se era opera “dello scultore”, quel tipo misterioso che a volte fa i dinosauri o i coccodrilli giganti di sabbia e poi chiede un’offerta di soldi o cibarie. Invece l’avevamo fatto noi. I ragazzini della banda dell’Oasi. I vincitori sicuri della gara dei castelli. Eravamo stremati e sudati e fieri. C’eravamo dimenticati di mangiare e di bere, e le mamme preoccupatissime rompevano il cazzo. Neanche le ascoltavamo.


Mettemmo una bandierina sul torrione più alto e pattugliammo per l’ultima volta. Un solo castello quasi bello come il nostro, ma già ufficialmente squalificato. L’aveva fatto un ex capomastro di sessant’anni. Bella forza. All’estrema sinistra, verso Cesenatico, c’erano quelli più patetici, quelli dei bimbi piccoli. Neanche valeva la pena di buttarci un’occhiata. Andammo lo stesso in fondo, fino all’ultimo, perché c’era qualcosa che c’incuriosiva, che non quadrava. Era il castello più brutto di tutti. Strano, perché ci stavano attorno ragazzi grandicelli. Improvvisato in fretta e furia. Due torri e un muricciolo mezzi decrepiti, sabbia troppo asciutta, e soldatini sparpagliati a terra alla rinfusa. Soldatini sdraiati. Tutti morti. Soldatini e animaletti di plastica. Soldatini morti e cavalli morti e mucche morte giraffe morte galline morte. E davanti un cartoncino. Un cartoncino con una scritta in stampatello. La scritta diceva: STOP ALLA GUERRA IN BOSNIA. Capito, i furbiciattoli. Gli stronzetti opportunisti. I leccaculo del mondo dei grandi. Incapaci o troppo pigri per fare un castello, avevano puntato sul messaggio da libro cuore, sul colpo basso allo stomaco. Per rubarci il nostro premio. Che inseguivamo da anni. Ma quella era la gara dei castelli, mica del (finto) impegno umanitario dei furbetti. Vedere quella roba mi fece incazzare, ma non mi preoccupai. Il loro trucchetto non avrebbe pagato. La loro furbizia sarebbe stata sputtanata. Quella era la gara dei castelli di sabbia, cazzo. Cosa c’entrava la guerra in Bosnia? Neppure a noi ci piaceva la guerra. Però sapevamo fare i castelli di sabbia. E avevamo faticato tutto il giorno per fare il più grande e il più bello di sempre. Li avrei presi a calci nel culo quegli stronzetti del cazzo. Costruisci il castello più bello e vinci lealmente, e poi glielo dedichi dopo, il premio, ai bambini della Bosnia che soffrono. Così si fa. Semmai.


Ci fu una pausa, poi alle cinque del pomeriggio la Cocorita ci chiamò per mandarci alla premiazione. La bagnina dell’Oasi si chiama Moira ma noi la chiamiamo Cocorita perché ha una voce da cocorita e le erre arrotolate da cocorita. E anche il cervello non è che si discosti molto da quello di una cocorita. Io la chiamo anche Cavallo degli scacchi, perché ha la faccia magra e un collo lungo lungo, ma poi sotto prende a modificarsi a tradimento e s’allarga fuori a botticella. La Cocorita disse che la premiazione sarebbe avvenuta nella zona più centrale, all’altezza del Bagno Schiuma. Vicino alla pineta, disse. Così c’incamminammo per andare a ritirare il nostro meritato premio.

La premiazione non la facevano vicino alla pineta, la facevano dentro la pineta, quei deficienti. E io c’ero andato senza ciabatte. Camminavo a piedi nudi sopra tutti quegli aghi di pino, facendo attenzione. Cocorita del cazzo. Poteva avvisare. Camminavo come un novantenne. A fare la premiazione, con tanto di palchetto improvvisato e di microfono c’era un politicante alto e grosso. L’avevamo visto passare tutto impettito sulla spiaggia con quella faccia da vicesindaco. Era una specie di vicesindaco alto e grosso con dei gran baffi grigi o giù di lì. Io guardavo i premi e pensavo a che giro bisognasse fare per salire sul palchetto senza troppi danni per i piedi e senza sembrare un subnormale novantenne.


Be’, adesso proprio non mi va di farla lunga. Non mi va di farla lunga perché mi vien da vomitare, cazzo. Insomma lo starete già capendo, il perché mi vien da vomitare: mi vien da vomitare perché quel bestione ben pasciuto d’un politicante di merda ha pensato bene di regalare il nostro primo premio agli stronzetti. Ai furbiciattoli! Ai farabuttelli opportunisti! E mica si è accontentato di premiarli! No, dovevate sentire come li incensava, come gli leccava il culo, come si complimentava per la sensibilità e l’attenzione e la lezione di umanità e civiltà che col loro cuore tenero e palpitante e puro stavano dando a tutti gli adulti vacanzieri che stavano lì e a tutto il resto del mondo che purtroppo non c’era, peccato davvero, altrimenti il mondo avrebbe potuto ascoltare la sua pomposa retorica e conferirgli dei seggi onorari all’Onu, a lui e agli stronzetti.

Non ci credevo. E lui non la smetteva più. Lo stronzo politicante coi baffi grigi e la pancia piena e l’orologio d’oro e il conto in Svizzera. Che magari si arricchisce vendendo armi e mine antiuomo. Dev’essere uno che ama le Partite del Cuore, pensai. Quelle mascalzonate. Stronzi contro Ipocriti. Tutti lì a farsi belli e divertirsi e mettersi in mostra e dare lezioni e guadagnarci soldi e dare una percentuale in beneficenza che poi sparisce chissà dove. I “Buoni” che si mettono in mostra a me mi sono sempre puzzati assai più dei “Cattivi”.

E gli stronzetti opportunisti tutti tronfi e pieni di sé sul palchetto, e nessun cazzo di pino che avesse l’intelligenza di sganciargli almeno qualche bella pigna sulla testa.


Deluso, mi allontanai un po’, senza neanche più fare attenzione ai maledetti aghi che mi spungevano i piedi. Poi, mentre quello andava avanti a blaterare le sue zuccherosità umanitarie, quando non ce la feci proprio più mi nascosi dietro un tronco di pino e urlai a squarciagola tutta la rabbia che mi piangeva nel petto: “STOP ALLE STRONZATE!”

Poi scappai via.

Non mi badarono. Probabilmente mi compatirono. Il sindacone andò avanti a parlare parlare. Ero già lontano, quando sentii scrosciare gli applausi.

Solo che lì ad ascoltare le stronzate e applaudire convinto c’era pure mio padre. Non l’avevo visto. Neanche lui mi aveva visto. Però aveva riconosciuto la voce. Così più tardi a casa me le diede, e andò a finire che venni pure messo in castigo per la sera, stronzetto insensibile che non ero altro.

giovedì 25 febbraio 2010

SHIT PARADE



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Confesso di essere stato così coglione da comprarlo. Confesso di essere stato così coglione da comprarlo. Confesso di essere stato così coglione da comprarlo. Confesso di essere stato...



Presso gli amici bloggers impazzano le classifiche, soprattutto di gradimento (e sgradimento) musicale. Così per una volta pure io, fanatico dell'originalità, riciclo volentieri un'idea altrui, per applicarla al campo che più mi appassiona: quello della narrativa. Non vi chiedo di elencare autori e libri che vi fanno schifo senza bisogno di sporcarvi gli occhi a leggerli (basterebbe riprodurre quasi in toto le classifiche italiote) ma di fare outing su vostri incauti e vergognosi acquisti. (Vale anche averli presi in prestito: lì non c'è il danno economico, ma resta sempre la figuraccia di averli chiesti alla bibliotecaria. Se poi ve li ha consigliati lei, è giunto il momento di fargliela pagare...) Ecco la mia terna lassativa:
Patrick Dennis, Zia Mame (inculata recente);
Muriel Barbery, L'eleganza del riccio (inculata indecente);
Alessandro Baricco, Senza sangue (e senza commento, che è meglio).
A voi il fucile! (E attenti che è carico)




sabato 20 febbraio 2010

Neurodelizia (17)

Ci scusiamo con la memoria di Raymond Carver per questa oltraggiosa parodia del suo racconto Popular mechanics (sperando che, prima di morire, il buon Raymond abbia fatto in tempo a scusarsi per quanto Popular mechanics era oltraggiosamente bruttino di suo...) :D

popular mechanics 2



Pomeriggio tardi a casa Lloyd. Lui è semiubriaco. Lei è semiscema di mente. Stanno per fare la prima cosa intelligente della loro vita: lasciarsi. Sfortunatamente, ne hanno antefatta un’altra un po’ meno illuminata: riprodursi. Ma era inevitabile, visto che siamo in pochi e per colpa di quegli egoistacci dei gay ci stiamo quasi (quasi) estinguendo.

«Mi prendo il bambino» disse Mongo.

«Sei impazzito?» disse Monga.

«Sì, ma voglio il bambino. Manderò a ritirare la sua roba.»

«Tu non lo tocchi il bambino» guaì Monga.

Il piccolo cominciò a piangere.

Mongo si avvicinò. Monga indietreggiò di un passo in cucina.

«Voglio il bambino.»

«Fuori di qui!»

Lei si rintanò con il bambino in un angolo dietro i fornelli.

Ma lui si fece sotto. Tese le braccia oltre i fornelli e agguantò il bambino.

«Mollalo!» gridò Mongo.

«Vattene via vattene via!» gridò Monga gridò Monga.

Il bambino aveva la faccia rossa e strillava. Nella zuffa fecero cadere un vaso di fiori appeso sopra la cucina. Indovinare chi se lo prese sulla testolina santa.

«Sposare un ubriacone come te», disse Monga. «Dovevo proprio avere il cervello nel culo!»

«E dove, sennò» s’incuriosì Mongo.

Lui la bloccò contro il muro, e cercò di farle mollare la presa. Tenne fermo il bambino e la spinse con tutte le sue forze. Il bambino si sbisognottolò addosso. La Pierpipì o la Gianpupù? Tutt’e due. Full.

«Lascialo andare» urlò Mongo.

«Noo» urlò Monga.

«Zitti stronzi!», urlò un vicino dietro la parete di cartapesta.

«Mollalo, Mongo!» disse Mongo.

«T’informo che tu Mongo, io Monga!» precisò Monga.

«Sottigliezze!» gridò Mongo. «Lascialo! È mmio!»

«No» disse Monga. «Fai male al bambino».

«Non gli faccio male al bambino» disse Mongo. «Sei tu che gli fai male.»

Non entrava luce dalla finestra della cucina. Nella semioscurità imbrunita e un po’ imburgnita, Mongo con una mano cercò di allentare la stretta di Monga e con l’altra afferrò per un braccio, sotto la spalla, il bambino che strillava e cagava. Monga sentì le dita che le cedevano. Sentì che il saccottino di merda si allontanava da lei. Monga fu costretta ad allentare la presa, ma un attimo dopo afferrò il bambino per le caviglie. Non l’avrebbe spuntata, quel lurido bastardo di Mongo Lloyd. Lo avrebbe tenuto lei, il bambino. Afferrò il saccottino per le caviglie e si buttò indietro. Ma lui non mollò. Sentì il bambino, lubrificato com’era di pissipissi e popò, scivolargli via dalle mani e tirò a tutta forza.

«Il bambino è di Mongo!» rivendicò Mongo.

«Il bambino è di Monga!» rivendicò Monga.

«Mi state rompendo, ziocane!» gridò il bambino.

Poi, due strappi e un tonfo.

«Amore, ha parlato!» gridò Mongo con un avambraccetto in mano.

«Evviva! Evviva!» esultò Monga, con in mano una gambuccia. «Due mesi prima di quella stronza ritardata della porta accanto!»

«Te credo, quelli ancora leggono libri invece di seguire i reality…»

Quel che rimaneva del bambino stazionava sul pavimento, a quanto pare frignando tantissimo e sanguinando molto bene. C’era anche un po’ di puzza, un cicinìn di fetore.

«Adesso facciamo pace e calmiamoci» propose Monga, «che sta per cominciare La finestra sul porcile

«Sì, che bello» acconsentì Mongo. «Calmiamoci e accendiamo la tv.»

«Come, accenderla?! E chi l’ha mai spenta. Mi prendi per una scema intellettualsnòbbe?»

«Eieiei… scherzavo, ochèi?»

«Ochèi.»

«Ochèi?»

«Ochèi.»

«A proposito: hai già telefonato per eliminare Van Guappen?»

«Ci hanno staccato il telefono: sai, 7.000 euro per eliminare Scrotensen…»

«Stacci più attenta, troia.»

«Ne valeva la pena: era bisex e forse leggeva anche libri di nascosto.»

«Ci vorrebbe la pena di morte.»

Gettarono un’occhiata a quello sul pavimento. Stava messo maluzzo.

«Solo una cosa» disse Monga rimirando la gambuccia che ancora stringeva in mano.

«Che c’è» chiese Mongo agitando l’avambraccetto.

«Forse non avremmo dovuto chiamarlo Monco» rifletté Monga.

«Vaffanculo» imprecò Mongo.

«Mi piaci quando t’incazzi» disse Monga.

«Dài, facciamone un altro» disse Mongo.


venerdì 19 febbraio 2010

Guardate che squadra di m...


Olympique Cambronne



Oggi, per farmi perdonare del tempo che a volte vi rubo con racconti troppo lunghi, mi limito a postare un divertimento-lampo: ho raschiato il fondo del barile delle mie conoscenze e reminiscenze calcistiche per provare a schierare la squadra più escrementizia possibile. Si accettano suggerimenti per rafforzarla e impuzzonirla! Siamo anche in cerca d’allenatore. Avevo pensato a Marcionello Lippi, non per il nome ma per la simpatia che m’ispira la sua faccia. Ma voi di certo saprete trovare di meglio. (E in panchina potremmo metterci Acquafresca per fare da… sciacquone.)



WALTER KLOS


SCACCABAROZZI SHITTU VAN DE KORPUT

(N’Kulu)


STERKHOPF KAKA’ GAGO STRUNZ


EVACUO (Cacau) LERDA MARRONARO (Angùlo)

mercoledì 17 febbraio 2010

RACCOLTA DIFFERENZIATA (3) - vecchi racconti inediti del Nick


MASSAGGIATRICE ORIENTALE



L’annuncio non era mai esplicito. La telefonata fin troppo.

«Signorina, quanto costa il massaggio?»

«Qualanta di bocca sessanta scopata» risponde la cinese a mio nonno Artemio sclerotico, che ha chiamato per l’artrosi.


Appena resto solo in casa, vedo che il numero è rimasto in memoria. La richiamo per i cazzi miei.

«Qualanta di bocca sessanta scopata.»

«Lo sospettavo. Di bocca come lo fai?»

«Secondo te?»

«Voglio dire, senza preservativo, con l’ingoio?»

«Tu pazzo. Io no pazza. Pleselvativo semple. Mette io. Mette bene.»

«Peccato.»


Vedo che nonno Artemio ha dimenticato lì il suo giornale.

Faccio passare le altre inserzioni. Ce n’è un centinaio. Tutte allo zafferano. È eccitante. Via un’altra. Voce dolcissima di ragazzina. Potrebbe avere la mia età. Esser compagna di ginnasio. Mi arrapa e m’innamora al tempo stesso. «Ho visto il tuo annuncio. Dov’è che sei?» Sono un impeto ormonale. Magari la sposo.

«Paliate.»

«Paliate?»

«Paliate.»

«OK, ti richiamo quando posso venire.»


Dopo un po’ la richiamo, la dolcissima.

«Dove hai detto che sei?»

«Paliate.»

«Ho guardato la cartina. Non c’è nessuna Paliate.»

«Paliate!»

«Da nessuna parte, ti dico.»

«No palla bene taliano. Pa-Lia-Te.»

«Capisco non parli italiano, ma almeno il nome del paese dove stai, diocaro, è incredibile.»

«Ma Paliate.»

«Nessun cazzo di Paliate.»

«PA-LIAA-TTE

«Senti vaffanculo.»


Se va troppo su la bolletta i miei s’insospettiscono, dal canto loro. C’è il canto mio e il canto loro, come in tutte le cose. A me interessa il canto mio, ma è dal canto loro che facilmente arrivano le legnate e le purghe, per cui è meglio stare un po’ attenti.


Due-tre non rintracciabili.

Chissà cosa staranno facendo. Poi:

«Plonto.»

«Ciao sono Christian. Quanto, massaggio?»

«Tlenta bocca cinquanta scopale, sessanta offelta bocca+scopale.»

Questa qui dev’esser vecchia o racchia. Nel ramo carne umana le offerte e i saldi puzzano.

«Di bocca senza preservativo, OK

«No, pleselvativo semple, metto io.»

«Non sai cosa ti peldi.»

«Plendi pel culo?»

«No, scusa amore, ma vedi io sono vergine, sono più giovane di te, non c’è nessun pericolo.»

«Dice tutti, no pazza da cledelci e no tempo da peldele.»

«Ho sedicianni, diocaro, e sono io che perdo soldi al telefono.»

«No pazza, no aids, no maletìe.»

«Ti dico che sono un ragazzino, sono sano per forza.»

«Quati ani?»

«Sedici. Minorenne. Il mio seme è come il latte.»

«Stlonzo poliziotto fanculi!»

Riappende.


Ultimo tentativo.

«Ciaosonochristian, quanto vuoi per succhiarmelo bene con l’ingoio senza preservativo?»

«Succhiamelo tu, stronzetto» risponde una voce di uomo. «Questo è un centro massaggi serio. Siamo stanchi delle chiamate di voi pervertiti. Ho il telefono sotto controllo e adesso ti rintraccio. Forse ti denuncio e forse no. Stanotte dormi preoccupato, bello.»

Che botta! Che trauma! Che gelo nelle vene del retto!

Giornata di merda. Avrei fatto molto meglio a mettermi a studiare storia, ché domani la Mungitopo interroga. Che batticuore malsano. Dormire preoccupato? E chi ci riesce, a dormire? Se mi denuncia mi tocca più o meno ammazzarmi. E i giornalistucoli scriveranno che è stato per un 5 in matematica. Ci farò pure la figura del somaro, e invece sono solo un coglione.

domenica 14 febbraio 2010

Neurodelizia (16)


mordìlla salvami tu



Quando incontrai Mordilla non me ne fregava più niente. Facevo colazione di sera, guardavo la tv spenta e ci facevo pure zapping, ma ubbidivo lo stesso alla pubblicità (per esempio cambiavo magnaccia telefonico 3 volte al dì), e andavo di corpo soltanto se mi andava a genio. Al cellulare rispondevo solo quando aveva la gentilezza di non suonare. Cercavo anche un A-Social Network a cui si potesse iscrivere chi gli sta sulle balle la gente, ma non ne trovavo, anche perché non navigavo a Vista, ma col computer in stand by. Avevo dei problemini. Ero nauseato da tutto: non guardavo neanche più nel cannocchiale con cui per mesi avevo sbirciato la ragazza dell’appartamento dirimpoppe. Ormai le avevo contate e stracontate: poppe ne aveva solo due, non ce n’erano cazzi, che noia. Quanto al bidé, con lui non ci parlavo da mesi, e avevo rotto anche con la paperella di legno, da quando l’ebbi beccozzi nel cassetto a spettegolozzi alle mie spalle sugli affari miei con tutti gli altri portatovaglioli. Non ci si dovrebbe mai confidare con nessuno. Mordilla è una vampirla mordiglande. Non voglio fargliene una colpa, intendiatevi, ma le definizioni sono importanti e quindi andava detto. L’homo mica tanto sapiens ha fallito in tutto, ma è pur sempre un’ottima etichettatrice. Io per esempio, perché negarlo?, sono uno swiftiano leyneriano ascendente cyberpunk, e un suinteista boh global no parrokkial decaffeinato nein danke tre cucchiaini grazie, e se proprio volete saperlo sono un tropposessuale con l’aggravante dell’alta statura, e per di più (questa non so se confessarla, sto sudando freddo!) sono un probabile mancino mancato, e chi più ne ha più la smetta.


FREE SPACE: disegna qui il tuo tapir-struzzo cocainomane e poi mungilo piano


Il free space doveva lampeggiare, cazzo, mai che funzioni qualcosa…

Giangiorgino diceva: lo conosci quel comunistone di ciarrapico? Giangiorgino diceva: lo conosci quel filantropo di berlusconi? Giangiorgino diceva: le conosci quelle new romantic delle mogli e fidanzate dei calciatori? Giangiorgino diceva: siamo proprio sicuri che mi chiamo Giangiorgino? Guardate che Giangiorgino non era proprio del tutto scemo. Mica vero che non capiva le cose. Capiva alla rovescia, il che è parecchio diverso. Chi non capisce un cristo è come un portiere che non rinvia il pallone perché non sa che in mano ha un pallone e che lo deve rinviare. Giangiorgino il pallone lo rinviava. Di tacco dentro la propria porta. Giangiorgino dunque capiva eccome ma capiva all’incontrario: era convinto che quando i ragazzini piangono la madonna si turba mas. (Ah, dici che questa è brutta? Perché, non è un po’ più brutto terrorizzare i fanciulli con l’assurdo ricatto delle lacrime al sangue della signora Assunta, che se esiste avrà ben altro su cui frignare, che non le loro innocentissime seghette?) Giangiorgino diceva: ma perché il free space non lampeggia?

Ecché ti ci metti anche tu?

Ma Giangiorgino soprattutto diceva: come cazzo si fa a chiamarsi Giangiorgino?

Quando incontrai Mordilla, la vampirla mordiglande, ufficialmente mancavano 7 secondi al mio suicidio. Solo che non avevo ancora deciso come ammazzarmi e avevo così dovuto per forza di cose interrompere il candàun. Non avevo in casa un’arma degna di tal nome. A militare c’erano i Garand che sono fucili efficaci giusto giusto se ti ci spari in bocca, ma non avevo pensato a fregarmene uno: ero ventiduenne e la vita mi sorrideva col suo falso sorriso, la stronza. Era solo dopo, a ventidue e un giorno, che avevo cominciato a soffrire di depressione ai piedi davanti. Impazzire di vita civile!, auguravano quelle rane invidiose a noi congedanti, ma avevano ragione. Se sei un povero cristo nonviolento disarmato, sono cazzi suicidarsi. Quale il sistema più sicuro? Pensai ad un sapido cocktail di diazepam, lorazepam e parmigianato di potassio come antipasto, e come secondo e ultimo saltando il primo una bella dose letame di hamburger da Mc Dollar. Dopodiché, così impasticcato e impesticchiato, ficcare la testa dentro il cellophane, e nello stesso tempo buttarmi dalla finestra impiccandomi in volo (e pazienza se abito allo zeresimo piano, non si può avere tutto, come diceva mio nonno che era ermafrodita tettuto cazzuto ma senza mignoli dei piedi), assestandomi di tanto in tanto per maggior sicurezza una cospicua dose di roncolate al tungsteno sulla testa. Poi ci ripensai. Non si addiceva al mio carattere, morire da esagerato, da sborone, da autospaccone che urla al mondo Hey guardate, poveri fessi, io sì che so farmi fuori come si deve! Nel frattempo avevo già preparato i bigliettini d’addio. Indirizzati a nessuno perché avevo finito gli amici, e i parenti mi stavano sullo stomaco peggio dell’hamburger. E allora perché scriverli, direte? Perché sì. Ci sono cose che si fanno e basta. Siamo più conformisti di quanto sembri. Voi di sicuro. Uno diceva: chi mi trova per favore dica in giro che mi sono sparato: è più affascinante, sa tanto di Hemingway. Uno diceva: mi sono suicidato per alcuni motivi, ma non ve ne dico neanche uno perché mi state sui coglioni. Uno diceva: un racconto “di” ziniaginnestra è più mio che suo, ma non sto accusando lei, sto chiedendo scusa a voi. Uno diceva: un capitolo di arrigofrizzi l’ho digitato io, però sotto dettatura (non di arrigofrizzi). Uno diceva: se non la smetto con queste rivelazioni, va a finire che invece di suicidarmi mi ammazzano. Uno diceva: che cazzo continuo a cacare bigliettini, che tanto berlusconi vi ha già resi tutti analfabeti? Poi Mordilla disse: perché ti vuoi suicidare proprio adesso che finalmente ci sono io a rendere la tua vita più mordace?

In effetti… :-)


FREE SPACE: incolla qui il tuo pelo pubblico più artistico e frastagliato,

oppure grida furtizzimamente “passo!”


Non sono certo un militarista, eppure solo sotto naia ebbi la mia utilità, il mio bel perché, solo lì non fui esistenzialmente parlando l’inutile futile caccola che fui prima e furvessi stata dopo, solo lì non mi trattarono come una puzza dei piedi.

A militare lavoravo all’Ufficio Carteggi Zegretizzimi (UCAZ) della Sezione OAI (Ordinamento, Addestramento, Imboscamento) lassù al comando centrale della caserma operativa. Nomi ne farò pochini, tanto se vi dico che quello del Comandante era Vadacca e che tutti gli ufficiali e sottufficiali lo chiamavano Vadaccaccà voi non ci credete, pensate sia una delle solite invenzioni scatologiche per le quali mi si ritiene fissatello. Più che altro battevo a macchina i menu. Tutti i martedì e giovedì e venerdì e domenica a meno che non fosse pasqua piombava lì in ispezione annuale straordinaria il generale Pechinese. Antipastini misti piemontesi, agnolotti al sugo di lepre, pernici in agrodolce ai mirtilli e kirsch, paté di patate potate petit, formaggio di fossa con miele di castagno, frutta di stagione, frutta secca, frutta sciroppata, meringata con panna montata e marron glacées, caffè, ammazzacaffè, sigaro cubano, ammazzasigaro, ammazzachestomaco, carta dei vini a parte, quella la batte a macchina il mio collega il geniere Rognauro detto anche Del Coso per via del suo rarissimo tic verbale, qualsiasi cosa tu gli chieda lui ti risponde Del Coso, però per il resto è quasi normale, a parte gli occhialoni quadrati del coso e la faccia da rospo del coso dei cartoni animati del coso e il fatto che pur essendo uno studente maschio ventottenne di geologia del coso un po’ fuoricorso pare una geologa femmina però coetanea della mia bisnonna del coso e che di geologia come di tutto il resto del coso non ci capisce un Coso (quindi farà strada, perché se non l’aveste capito questa storia triste si svolge in un tristo paese del coso chiamato italiA).

Venivano schierati ad accogliere con tutti gli onori il generale Pechinese la guardia armata (vabbè, le guardie coi Garand, non stiamo a sottilizzare), l’ufficiale di picchetto con la fascia blu di traverso sul petto, e in rappresentanza del comando il Tenente Colcappello Stitighezza della sezione Intelligence che gli baciava l’anello, nel mentre che i sottufficiali Bove Giovinco e Lavacca (tutti veri) gli passavano una bella leccata sul cinturone.

OK, giovini, ma quando si mangia?, sbofonchiava impaziente il generale Pechinese.


FREE SPACE: fa’ un po’ tu, possibile che le idee debba averle tutte muà?


Giangiorgino da bambino era giovanissimo. Giangiorgino era anche un po’ figliuzzo di puttana, ma solo per parte di madre. Giangiorgino nell’adolescenza era così bruttino che le ragazze lo chiamavano Lo Spaventapassere. Finito di rompere i coglioni con questo Giangiorgino? Ok, ora la smetto. Peccato però, mi ci stavo affezionando.

Un tropposessuale è una persona parecchio complicata e a detta di taluni (invidiosi) esageratella. Nella variante del vostro Mario Véronique Sorensen Puddu, detta Variante Varia, al malato di mente in questione piacciono in ordine sparso le donne mature e maturotte, i ragazzi, le ragazze, gli angeli se esistessero, i transex diciottenni che per fortuna esistono, le tigri, le pantere nere, le aquile reali e i pettirossi. Vigliacca se uno solo di questi ci fosse mai stato, voglio dire senza pagare, almeno per un succhiotto. Eppure ero un bello stangone. Ma lo chiedevo male. Sbagliavo gli approcci. Usavo trappole per pettirossi per catturare le tigri, ottenendo come unico risultato quello di farle parecchio incazzare. Andavo in cerca di bei fichetti lassù dentro i nidi delle aquile, e anche le aquile s’incazzavano come bestie, e dalle uova quando riuscivo a ciularne qualcuna o qualchedue non uscivano ragazze in tanga ma aquilotti del cazzo, o al massimo, il più delle volte, frittate.


FREE SPACE: fai seccare qui il tuo petalo di petunia anche se è già secco da far schifo, e poi ricordati di gettarlo nella raccolta differenziata oppure mangialo


E adesso eccomi con Mordilla, che in fatto di succhiotti aveva idee non del tutto innovative ma in compenso alquanto minacciose. Erano secoli che sognavo d’incontrare qualcuno a cui dedicare le parole di Vieni a vivere con me di Luca Carboni: “Potremmo dirci certe cose da far accapponar la pelle, potremmo fare certe cose che ci fucilano alle spalle”! Ero stufo di scialba normaluzzità. Ma con Mordilla si va ben oltre, e mi sa che a me mi fucileranno alle palle (sempre se sopravvivono alla vampirla, che di preferenza morde il glande, ma non solo). In fondo, provare strane esperienze è un vizio di famiglia. Mio nonno per esempio andava a letto con le galline, perché pensava che così avrebbero fatto le uova più grosse. Il mio bisnonno invece non è mai esistito e questo spiega e se non capisci rispiega e se non capisci rispiega e se non capisci vaffanculo come mai la mia vita sia un fortuito paradosso cazzo-temporale senza ombrello (sans parapluie potrebbe dire un francese anelante farsi affari miei, e io potrei anche rispondergli male). Poiché per chi non l’avesse capito la vita è uno scherzo del cazzo. Nel frattempo tirava aria di leggero razzismo, in paese, ma proprio appena appena un zichinìn. Lo capii quando ricevetti l’opuscolo Sto Paese Informa che diceva che in paese erano immigrati 72 marocchini, e a ruota il giorno dopo arrivò il numero zero di Sto Paese Inforna che malizioso si chiedeva: “Quali marocchini?”.


FREE SPACE: urlami qui il tuo barbarico SGRUNT


Mordilla, la vampirla mordiglande, era una persona molto istruita. Era l’unica al mondo ad avere quattro diplomi di quinta elementare conseguiti in quattro scuole diverse. Appena diplomata tornava a iscriversi alla prima elementare, perché sosteneva che l’istruzione che ti danno le Elementari non te la dà nessun’altra scuola, e forse almeno dalle nostre parti è davvero così. Dalla mia maestra ho imparato tante belle cosine, dai miei docenti universitari ho imparato solo che conveniva comprare a caro prezzo il libriccino di 26 pagine scritto da loro perché le domande all’esame le prendevano solo e tutte da lì. Mordilla m’insegnò cose davvero fondamentali, come il fatto che uno sciatore è quasi sempre sci-munito, che la porcellana non si ricava dalla tosatura dei maiali, che la demenza senile non è quando alle donne impazziscono le tette, e che per tre punti non allineati passa una e una sola circonferenza, quindi ne passano due: “Salve, sono Una”; “Buongiorno, sono Unasola”. Spazzò via dalla mia mente molti altri dubbi e inesattezze, anche se a volte le parole delle sue spiegazioni non è che mi arrivassero molto chiare e decifrabili, poiché Ella spiegava senza mai smettere di pasteggiare avidamente con la punta del mio cazzo. (Opssss: si potrà scrivere “punta”?)

Ma che goduria, con Mordilla. Che male, però. Però che goduria.

venerdì 12 febbraio 2010

RACCOLTA DIFFERENZIATA (2) - vecchi racconti inediti del Nick


LEGA LOMBA



Sul treno c’era questo buffo signore molto grasso e piuttosto imbiancato che si metteva sempre a parlare con noi. Cioè, lui parlava, e noi per educazione stavamo attenti.

Per chi ce l’ha presente, somigliava all’avvocato Renz di Un caso per due, un po’ più rotondo e un po’ meno avvocato. Chi non ce l’ha presente non mi rompa troppo il cazzo. Aveva degli occhialini che non servivano perché guardava solo da sopra, e parlava sempre dei programmi che ascoltava alla radio, e che la radio era intelligente e la televisione cretina, e noi lo lasciavamo parlare. Altre volte invece diceva cose sul latino e sul dialetto. Per fortuna, il nostro tragitto per andare a scuola era breve, e noi portavamo pazienza. Però a Gavirate eravamo contenti di scendere, e che il signore abbondante proseguisse per Varese.

Questi treni avevano almeno cinque vagoni, e noi cambiavamo sempre, e l’abbondante saliva a bordo una stazione prima. Ma evidentemente rimaneva in piedi, e a Gemonio ci teneva d’occhio. Aveva una predilezione per noi, come uditorio.

Ad ogni modo, anche se quello era il paese del maledetto ignorantificio, detto anche liceo scientifico, scendere a Gavirate era un sollievo, dopo tutti quei bla bla bla sul dialetto e il latino e le trasmissioni radiofoniche culturali.


A Varese il ciccione aveva un negozio, mi disse un giorno il mio vecchio che lo conosceva di vista. Una piccola bottega di materiale elettrico e affini. Nel centro storico della città. Dalle parti di Corso Matteotti, però non proprio nel corso. In qualche viuzza più defilata, sperduta. Siccome questo tizio sul treno c’era sempre, e veniva sempre dove c’eravamo noi, e non se ne stava mai zitto, cominciammo di nascosto a chiamarlo l’Ippopotamo e a ridere di lui. Dicevamo “nienteippopotamo di meno” e altre simili stronzate. Così ci vendicavamo delle cose che ci toccava sentire tutti i santi giorni sulla radio e sul latino e sul dialetto, che proprio non ne potevamo più. Probabilmente, in questo suo negozietto non ci andava nessuno, e così lui passava tutto il tempo ad ascoltare qualcuna di quelle sue radioline che non avrebbe mai venduto. Pensai che da questo punto di vista poteva anche fare pena. Però agli altri non lo dissi.


A un certo punto all’Ippopotamo venne la frenesia della politica, e parlava sempre della Lega Lombarda, che a quel tempo non si chiamava ancora Lega Nord, e diceva Roma Ladrona e che i meridionali sono la nostra rovina. E che il dialetto andava scomparendo. L’unico che non scompariva mai, era lui.

Una volta ce lo ritrovammo nienteippopotamo di meno che sul treno della domenica pomeriggio che avevamo preso per andare allo stadio, a vedere la partita di serie B del Varese contro la Sampdoria. Venuto a sapere della nostra destinazione, ci ammannì tutta una serie di dotte delucidazioni sulla fusione tra le antiche squadre genovesi della Sampierdarenese e dell’Andrea Doria.

Noi eravamo tentati di dirgli qualcosa sulla fusione delle antiche parole babilonesi Vhaffah e ‘Nqulu, ma non dicemmo niente. A quei tempi si portava un sacco di maledetto rispetto, sapete, per i grossi. Volevo dire i grandi.


Quelli dell’Ippopotamo, col tempo, divennero dei veri comizi elettorali ferroviari (ma il bello è che li faceva solo con noi, che non avevamo l’età per votare). Ogni mattina scendevamo a Gavirate coi maroni fumanti. Il mio vecchio disse che questo Ippopotamo della Lega Lombarda, che però si chiamava Schivazappa, insomma questo signore, scusate il termine, logorroico, si era candidato alle elezioni nelle liste della Lega, che allora era un partito piccolo e accettavano cani e porci, però l’Ippopotamo l’avevano messo in fondo alla lista zoologica per non farlo eleggere, perché col fatto che non stava mai zitto gli si era posizionato sulle balle pure a loro.

A quanto pare lui si amareggiò moltissimo, per questa cosa.

Poi successe che per un paio di giorni l’Ippopotamo sul treno non si era visto più.

Secondo i più maligni fra noi si era suicidato per quella storia delle elezioni.


Il secondo giorno, ritornando a casa, vedemmo che sul ponte sopra la provinciale c’era dipinta con della vernice verde la scritta LEGA LOMBA, e io dissi che l’Ippopotamo era cascato giù mentre scriveva, e tutti risero come matti.

Proprio in quel momento, per la prima volta da quando lo conoscevo, mi dispiacque di averlo chiamato Ippopotamo, perché in fondo era anche lui un essere umano che viveva e che soffriva, e che ogni giorno apriva e chiudeva il suo negozietto senza riuscire a vendere un cazzo, e mi sentii il solo e unico responsabile del fatto che gli altri lo stessero deridendo.

Provai una tale sconosciuta sensazione di tenerezza e pietà, che credetti che una qualche lacrima mi stesse per sgorgare a tradimento da dietro una palpebra.

Sperai anche che dal ponte non fosse caduto nessuno.

giovedì 11 febbraio 2010

Non sono venuta per lodare Shakespeare ma per seppellirlo...

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E la chiamano Fortuna

Questa è una triste storia americana di fine gennaio. Abraham Shakespeare, camionista nero di 47 anni, semianalfabeta (con quel nome, ironie della vita) tre anni fa comprò il biglietto giusto di una super lotteria. Il premio era di 30 milioni di dollari diluiti nel tempo, ma lui, essendo semianalfabeta, si autotruffò fin dall’inizio scegliendo la formula “17 tutti e subito”. Il seguito, un copione già scritto: i soldi buttati per rolex, auto di superlusso e altra simile merda (i famosi stoltus symbols), la beneficienza forzata, l’azione legale di un ex collega che reclama parte della vincita, ma perde la causa (quindi probabilmente aveva ragione…), l’assedio di un’aggressiva corte dei miracoli che lo assilla di richieste. Poi spuntano gli squali più grossi, ma soprattutto una bionda orca che spacciandosi per scrittrice interessata alla biografia del boccalone se ne autonomina in seguito consulente finanziaria, mette le mani sul gruzzolo, si installa nella nuova villa di Shakespeare. Che poco dopo sparisce. L’orca paga falsi testimoni perché dicano di averlo incontrato, invia strani sms dal cellulare dello scomparso, arriva persino a corrompere un agente di polizia, crea depistaggi che conducono ai Caraibi o a problemi di aids, e nel frattempo sposta somme sul proprio conto personale, spende un milione in automobili e mutande griffate (orcona e scorreggiona, probabilmente le mutande le buca). Venerdì 29 gennaio lo sventurato Abraham salta fuori: dal cortile di un avvocato “fidanzato” dell’orca, dov’era stato seppellito sotto uno strato di cemento.
Ma la cosa che più riempie di brividi, in tutto questo, è la faccia trista e stolida, con maglietta bianca e cappellone nero, del disgraziato in posa dietro l’assegno ingrandito della colossale vincita: sembrava già la faccia di un condannato, di un maledetto, di uno zombi, di un cavallo davanti al cancello del mattatoio. E la chiamano Fortuna.
I bigotti moralizzatori che da noi reclamano un tetto di legge alle possibili vincite sbagliano (come sempre) motivazioni e argomentazioni, ma nella sostanza hanno ragione. Non perché vincere troppo sia, come loro stupidamente sostengono, “diseducativo” o “immorale” (per queste personcine educativo è lo schiavismo, morale è farsi sfruttare come somari per quattro fottuti spiccioli e allevare figli come pezzi di ricambio del sistema, pronti a subire lo stesso trattamento, a farsi ammazzare costruendo Piramidi o Ponti sullo Stretto), ma perché far vincere miliardi a un poveraccio significa rovinargli l’esistenza, quando non addirittura porvi fine.
Premesso che il Gioco è una cosa meravigliosa, e che giocare per soldi è l’Anima del Gioco (non permettete a nessun bacchettone di convincervi del contrario!), preferisco i giochi che mettono in palio discrete, ragionevoli somme con cui togliersi degli sfizi o migliorarsi un poco la vita, ma evito come la peste il superenalotto e le super lotterie. Non si riesce ad avere un’idea di che luttuosa calamità sia il vincere troppi soldi finché la “fortuna” non ci colpisce sul coppino come una tegola caduta dal cielo, com’è capitato al povero Abraham. E a quel punto è troppo tardi. Anche se tu scappassi terrorizzato davanti all’esagerata vincita, e vi rinunciassi, nessuno ti crederebbe. La sentenza di disastro sarebbe inappellabile. Pare che dopo una recente megavincita italiana, il titolare della ricevitoria che aveva emesso il biglietto sia stato contattato dalla ‘ndrangheta che pretendeva la sua percentuale. E con quei bastardi sciacalli dell’informazione che si scatenano nella caccia al “fortunato” vincitore, dopo quanti minuti finireste sull’agenda del boss di turno? Dopo quanti minuti la vostra vecchia vita diventerebbe un pallido ricordo, non perché migliorata, ma perché fottuta, minacciata e avvelenata per sempre? Per non parlare dell’assalto dei finti amici, a migliaia, dei parenti fino all’ottavo grado che prima non vi cagavano, a decine, dei procacciatori d’affari truffaldini, a centinaia, delle associazioni di vera o presunta beneficienza, di vero o presunto no profit, per non parlare dei postulanti in proprio: a milioni, peggio delle mosche! Non c’è come diventare miliardari dal nulla per rendersi conto, anche se si è analfabeti e non si è letto Jean Paul Sartre, che l’inferno sono gli altri. La brutale verità è che certe mostruose ricchezze le potreste amministrare, gestire e godere solo se foste a vostra volta delle personacce col pelo sullo stomaco più duro del fil di ferro. Ma in quel caso non sareste lettori del mio zioscribesco blog (non sareste lettori PUNTO). E soprattutto sareste già ricchi…

martedì 9 febbraio 2010

RACCOLTA DIFFERENZIATA - vecchi racconti inediti del Nick (1)


SONO TUA CUGINA



Mi chiamavo Gianriccardo ma non era colpa mia, e così un dato momento, com’è, come non è, mi trovo imbarcato su questa PARTY GAY ON LINE, che è una linea multipla tremendamente ramificata dove si può discutere, ci si può confrontare, si possono intavolare congressi, ci si può masturbare anche a gruppi di quattro o cinque in simultanea, e in teoria si possono fare un bel mucchio di conoscenze stimolanti.

Devo dire che ‘sto PARTY GAY ON LINE ti dà un casino di soddisfazioni. Innanzi tutto ha un numero lunghissimo e molto bello nelle sue forme. Trentatrè cifre, mi pare, o giù di lì. Ma in più si avvale, si giova, diocaro, di una serie di ponti e di punti di rimbalzo indubbiamente da record.

Amici, è bellissimo! Vertiginoso! Perbacco! Pensa che la tua voce rimbalza prima da Tananarive in Madagascar, poi da Hermosillo in Messico, quindi da Asuncion in Paraguay, da Trondheim in Norvegia, Ulan Bator in Mongolia, Adelaide in Australia…

Perdindirindina poffarbacco, ti vengono i brividi soltanto a pensarci. È anche un buon modo per ripassarsi la geografia. Il tuo seme che si sparge per il mondo. E ci si lasciano soltanto quei settanta, novantaquattro scatti preliminari.

Poi entrano le musichette, i sospiri, i carillon, e dopo cinque minuti parte la voce che ti prende per mano e ti guida attraverso le opzioni, che uno può scegliere e selezionare componendo dei numeri irrazionali di centoventidue cifre. Per esempio ci sono Amanti jungla, Barzellettieri d’Italia, Velociraptors, Tizi escrementizi, Meteore, Travestiti del giovedì, Senzamani, Perplessi del profilattico, Cerbiattelli, Fate con comodo, Ignavi, Indecisi, Non so/non risponde, Mastro Lindo bim bum bam.

L’unico difetto di PARTY GAY ON LINE è che non sempre è molto affollato, per cui ci sono delle volte che su determinate opzioni finisce che te lo meni ascoltando l’eco della tua voce irriconoscibile che rimbomba e riecheggia su e giù per Tananarive, Hermosillo, Asuncion, Trondheim, Adelaide, Ulan Bator, diocaro.

Ti vengono i brividi pure se pensi alla bolletta, ma finora nessuno in casa aveva detto niente. Sapete, abbiamo le tariffe commerciali agevolate, quelle che più chiami meno spendi. Papà, che si chiama Orso Maria Giuseppa, per gli amici Orsobeppa (e ben gli sta), vende merda all’ingrosso. E come passatempo grosso modo froda il fisco.

Quel giorno, dopo un migliaio di scatti che non m’avevano permesso d’incontrare anima viva, a ‘sto cazzo di PARTY GAY di minchia, riagganciai.

Ma ormai per me è come una droga. Non riesco a rimanerci lontano per più di tre quarti d’ora. Così, poco più tardi, convintissimo d’essere stato l’ultimo in casa a telefonare, mi ripiazzo alla mia postazione, il duplex nella cameretta di mia sorella, in piedi, la patta aperta e la carta igienica per pulire, e per fare prima pigio il tasto REDIAL. Partì la scarica di semitoni. La scarica in effetti mi parve più breve del solito. Ma non ci feci caso. Sapete, col tasto REDIAL l’ultimo numero che hai fatto viene richiamato veloce veloce, sparando via una raffichetta impercettibile. Be’, finalmente m’imbatto in una voce, subito, senza passare per le opzioni, e mi appresto tutto contento a parlare del più e del meno con questa voce, ma però senza menarmelo. Inizialmente.

La voce stavolta devo dire era dolcissima, bellissima, invitante, arraposa. Strano. Sembrava una voce femminile.

«Ciao, io sono Gianriccardo, purtroppo» dico comunque a questa strana bella voce che sembra femminile.

«Ciao Ricky» risponde la voce. Sempre più femminile. Sempre più arraposa e dolce. A questo punto, com’è come non è, me lo ritrovo in mano. Già bello caldo e maniaco e pulsante.

«Ascolta» dico, «ma tu con quella bella voce dolce, sei per caso un maschietto?»

«Certo che no» mi dice. Mi pareva di conoscerla, a ripensarci meglio.

«Sei un transessuale?»

«Uffa noo.» La parola transessuale dev’essere una parola magica. Mi era diventato il doppio.

«Ho capito, sei una di quelle che gli piace allacciarsi in vita un dildo e inchiappettarsi gli uomini.»

«Ricky, sono tua cugina!»

«E che diavolo ci fai su PARTY GAY? Sei per caso diventata lesbica?»

«Non sono a nessun cavolo di party, sono a casa mia e sono tua cugina, stupido. Ho parlato con tua mamma venti minuti fa.»

«Cosa?»

«Mi stai mettendo in imbarazzo, Ricky. Cos’è questa storia del dildo? Che diavolo è un dildo?»

«…»

«Cos’hai, bevuto?»

«Era solo uno scherzo» balbettai.

«Lo spero per te.»

«…»

«Ricky, ci sei ancora?»

«Sì, sì. Ci sono.»

«…»

«…»

«Ma ti senti bene, Ricky?»

Che voce dolce e comprensiva, la cuginona. Lei soltanto mi chiamava Ricky. Mi piaceva così tanto, essere chiamato Ricky… E aveva quelle due gambe così vertiginose, portava sempre gonne lunghe con lo spacco più lungo della gonna, e quella voce dolcissima…

Sull’ultimo “Ricky” partì lo sbroffo più energico di tutta la mia vita. Da vincere lo schizzo in lungo alle olimpiadi. Quasi indietreggiai per il rinculo. Lo persi pure di vista. Dove cazzo era atterrato? Non ero più gay. Mi stavo innamorando di mia cugina. Sposata. Con figli. Una complicazione via l’altra.