Notiziola di ieri. Vaticalia (Quarto Mondo). La “Zapaterista” Emma Bonino (faccia da persona buona, onesta e piuttosto intelligente) non può, secondo monsignoR sgrecciA-Sgrunt (faccia da salvadanaio grugnomunìto) essere votata dai cattolici, per i quali costituirebbe “un serio problema di coscienza”. In attesa di vedere se il catto-Pd si inginocchierà a leccare l’ennesimo porporato (vatik)-ano, depurando le sue liste da tutti gli “incompatibili” zapateristi sgraditi al reich papestre, magari per favorire più docili zappaterra (o zappatartaro dentale) con rassicuranti facce da ‘ndrangheta, non sarebbe ora di avere il coraggio di chiedersi, finalmente, se oggi in italiA non sia proprio l’essere “cattolici” a costituire un serissimo problema di coscienza, oltre che un ostacolo all’esercizio del libero intelletto?
Ho sempre considerato lo sbattezzo una cosa inutile, e anzi un riconoscere indirettamente alla kiesa la legittimità della sua pretesa assurda di considerare “uno dei suoi” (ma quando mai?) chiunque abbia subito questo umidiccio e patetico rituale stregonesco quando non aveva l’età per difendersi e per rifiutarlo (o per richiederlo). Ma se questi loschi e untuosi figuri dalla mente contorta non la smetteranno di vomitar quotidiane cazzate omofobe, e criminali idiozie contro i preservativi e l’eutanasia, o a favore del dolore (altrui), e della sottomissione dello Stato Laico a capricciose primitive norme attribuite a un essere immaginario e un po’ stronzo (con l’amplificatore dei servi di stampa e tv sempre acceso, e al massimo volume), mi costringeranno loro, a sbattezzarmi.
Oltretutto mi dicono che in quel caso arriva anche, automatica, la scomunica. Che per me sarebbe la più Alta delle Onorificenze.
p.s. ho appena letto sul sito della UAAR che per la scomunica latae sententiae è sufficiente proclamarsi atei o agnostici, quindi l’Onorificenza, senza saperlo, l’avevo già in tasca!
Quest’anno l’avremmo vinta, la gara dei castelli di sabbia. Io e gli altri bambini della banda dell’Oasi ne eravamo sicuri. Perché non solo si lavorava con lena e passione e fantasia al nostro meraviglioso castello, ma nel frattempo a turno si pattugliava. Si spiava. Si controllava cosa combinavano gli altri. E la concorrenza stavolta era scarsa. Molto scarsa. Meno di scarsa. Inesistente e penosa. Mancavano ormai pochi minuti, e mentre noi ci si dava dentro coi ritocchi finali – impreziosire le merlature, ricavare finestrelle nelle torri, creare boschetti di alghe – tutti gli altri poveri stronzi non potevano far altro che mettersi il cuore in pace. Avremmo vinto noi.
La concorrenza si divideva grosso modo in due tipologie di perdenti: i bambinetti incapaci che s’erano fatti aiutare da adulti sleali armati di badili e cazzuole, e i bambinetti incapaci che con paletta e secchiello avevano tirato su quattro patetiche torri e mura cadenti. I primi sarebbero stati squalificati, i secondi avrebbero vinto i premi di consolazione. Ma un castello grande e ben fatto come il nostro su questa spiaggia non lo avevano visto mai. Era così alto che ti ci potevi sedere all’ombra. Tutta la gente che passeggiava lungo la battigia tra le conchiglie e i granchiolini si fermava per ammirarlo, e addirittura un vecchietto chiese se era opera “dello scultore”, quel tipo misterioso che a volte fa i dinosauri o i coccodrilli giganti di sabbia e poi chiede un’offerta di soldi o cibarie. Invece l’avevamo fatto noi. I ragazzini della banda dell’Oasi. I vincitori sicuri della gara dei castelli. Eravamo stremati e sudati e fieri. C’eravamo dimenticati di mangiare e di bere, e le mamme preoccupatissime rompevano il cazzo. Neanche le ascoltavamo.
Mettemmo una bandierina sul torrione più alto e pattugliammo per l’ultima volta. Un solo castello quasi bello come il nostro, ma già ufficialmente squalificato. L’aveva fatto un ex capomastro di sessant’anni. Bella forza. All’estrema sinistra, verso Cesenatico, c’erano quelli più patetici, quelli dei bimbi piccoli. Neanche valeva la pena di buttarci un’occhiata. Andammo lo stesso in fondo, fino all’ultimo, perché c’era qualcosa che c’incuriosiva, che non quadrava. Era il castello più brutto di tutti. Strano, perché ci stavano attorno ragazzi grandicelli. Improvvisato in fretta e furia. Due torri e un muricciolo mezzi decrepiti, sabbia troppo asciutta, e soldatini sparpagliati a terra alla rinfusa. Soldatini sdraiati. Tutti morti. Soldatini e animaletti di plastica. Soldatini morti e cavalli morti e mucche morte giraffe morte galline morte. E davanti un cartoncino. Un cartoncino con una scritta in stampatello. La scritta diceva: STOP ALLA GUERRA IN BOSNIA. Capito, i furbiciattoli. Gli stronzetti opportunisti. I leccaculo del mondo dei grandi. Incapaci o troppo pigri per fare un castello, avevano puntato sul messaggio da libro cuore, sul colpo basso allo stomaco. Per rubarci il nostro premio. Che inseguivamo da anni. Ma quella era la gara dei castelli, mica del (finto) impegno umanitario dei furbetti. Vedere quella roba mi fece incazzare, ma non mi preoccupai. Il loro trucchetto non avrebbe pagato. La loro furbizia sarebbe stata sputtanata. Quella era la gara dei castelli di sabbia, cazzo. Cosa c’entrava la guerra in Bosnia? Neppure a noi ci piaceva la guerra. Però sapevamo fare i castelli di sabbia. E avevamo faticato tutto il giorno per fare il più grande e il più bello di sempre. Li avrei presi a calci nel culo quegli stronzetti del cazzo. Costruisci il castello più bello e vinci lealmente, e poi glielo dedichi dopo, il premio, ai bambini della Bosnia che soffrono. Così si fa. Semmai.
Ci fu una pausa, poi alle cinque del pomeriggio la Cocorita ci chiamò per mandarci alla premiazione. La bagnina dell’Oasi si chiama Moira ma noi la chiamiamo Cocorita perché ha una voce da cocorita e le erre arrotolate da cocorita. E anche il cervello non è che si discosti molto da quello di una cocorita. Io la chiamo anche Cavallo degli scacchi, perché ha la faccia magra e un collo lungo lungo, ma poi sotto prende a modificarsi a tradimento e s’allarga fuori a botticella. La Cocorita disse che la premiazione sarebbe avvenuta nella zona più centrale, all’altezza del Bagno Schiuma. Vicino alla pineta, disse. Così c’incamminammo per andare a ritirare il nostro meritato premio.
La premiazione non la facevano vicino alla pineta, la facevano dentro la pineta, quei deficienti. E io c’ero andato senza ciabatte. Camminavo a piedi nudi sopra tutti quegli aghi di pino, facendo attenzione. Cocorita del cazzo. Poteva avvisare. Camminavo come un novantenne. A fare la premiazione, con tanto di palchetto improvvisato e di microfono c’era un politicante alto e grosso. L’avevamo visto passare tutto impettito sulla spiaggia con quella faccia da vicesindaco. Era una specie di vicesindaco alto e grosso con dei gran baffi grigi o giù di lì. Io guardavo i premi e pensavo a che giro bisognasse fare per salire sul palchetto senza troppi danni per i piedi e senza sembrare un subnormale novantenne.
Be’, adesso proprio non mi va di farla lunga. Non mi va di farla lunga perché mi vien da vomitare, cazzo. Insomma lo starete già capendo, il perché mi vien da vomitare: mi vien da vomitare perché quel bestione ben pasciuto d’un politicante di merda ha pensato bene di regalare il nostro primo premio agli stronzetti. Ai furbiciattoli! Ai farabuttelli opportunisti! E mica si è accontentato di premiarli! No, dovevate sentire come li incensava, come gli leccava il culo, come si complimentava per la sensibilità e l’attenzione e la lezione di umanità e civiltà che col loro cuore tenero e palpitante e puro stavano dando a tutti gli adulti vacanzieri che stavano lì e a tutto il resto del mondo che purtroppo non c’era, peccato davvero, altrimenti il mondo avrebbe potuto ascoltare la sua pomposa retorica e conferirgli dei seggi onorari all’Onu, a lui e agli stronzetti.
Non ci credevo. E lui non la smetteva più. Lo stronzo politicante coi baffi grigi e la pancia piena e l’orologio d’oro e il conto in Svizzera. Che magari si arricchisce vendendo armi e mine antiuomo. Dev’essere uno che ama le Partite del Cuore, pensai. Quelle mascalzonate. Stronzi contro Ipocriti. Tutti lì a farsi belli e divertirsi e mettersi in mostra e dare lezioni e guadagnarci soldi e dare una percentuale in beneficenza che poi sparisce chissà dove. I “Buoni” che si mettono in mostra a me mi sono sempre puzzati assai più dei “Cattivi”.
E gli stronzetti opportunisti tutti tronfi e pieni di sé sul palchetto, e nessun cazzo di pino che avesse l’intelligenza di sganciargli almeno qualche bella pigna sulla testa.
Deluso, mi allontanai un po’, senza neanche più fare attenzione ai maledetti aghi che mi spungevano i piedi. Poi, mentre quello andava avanti a blaterare le sue zuccherosità umanitarie, quando non ce la feci proprio più mi nascosi dietro un tronco di pino e urlai a squarciagola tutta la rabbia che mi piangeva nel petto: “STOP ALLE STRONZATE!”
Poi scappai via.
Non mi badarono. Probabilmente mi compatirono. Il sindacone andò avanti a parlare parlare. Ero già lontano, quando sentii scrosciare gli applausi.
Solo che lì ad ascoltare le stronzate e applaudire convinto c’era pure mio padre. Non l’avevo visto. Neanche lui mi aveva visto. Però aveva riconosciuto la voce. Così più tardi a casa me le diede, e andò a finire che venni pure messo in castigo per la sera, stronzetto insensibile che non ero altro.
Confesso di essere stato così coglione da comprarlo. Confesso di essere stato così coglione da comprarlo. Confesso di essere stato così coglione da comprarlo. Confesso di essere stato...
Presso gli amici bloggers impazzano le classifiche, soprattutto di gradimento (e sgradimento) musicale. Così per una volta pure io, fanatico dell'originalità, riciclo volentieri un'idea altrui, per applicarla al campo che più mi appassiona: quello della narrativa. Non vi chiedo di elencare autori e libri che vi fanno schifo senza bisogno di sporcarvi gli occhi a leggerli (basterebbe riprodurre quasi in toto le classifiche italiote) ma di fare outing su vostri incauti e vergognosi acquisti. (Vale anche averli presi in prestito: lì non c'è il danno economico, ma resta sempre la figuraccia di averli chiesti alla bibliotecaria. Se poi ve li ha consigliati lei, è giunto il momento di fargliela pagare...) Ecco la mia terna lassativa: Patrick Dennis, Zia Mame (inculata recente); Muriel Barbery, L'eleganza del riccio (inculata indecente); Alessandro Baricco, Senza sangue (e senza commento, che è meglio). A voi il fucile! (E attenti che è carico)
Avete presente quell’ex autorevole giornalone, fondato nel 1876 e con sede in via Solferino a Milano? Per una volta non mi occuperò della banda di scolaretti che ha preso possesso delle sue pagine culturali, comportandosi come se invece dell’ora di Lettere fosse in corso quella di matematica o di religione (o più probabilmente l’intervallo…). Mi occuperò della tragedia strutturale che, come un cancro o un virus, sta trasformando il giornalone in un bollettino di beghine da parrocchia. Che diavolo sta succedendo? Che manica di bigotti si è mai insediata, nel Corriere? Sta diventando l’organo ufficiale dei ciellini? Vogliono venderlo in chiesa invece che nelle edicole? Far concorrenza a quei laiconi di Avvenire? Le sole persone autopensanti che ancora ci scrivono (a parte ospiti stranieri e occasionali) paiono essere Sergio Romano e Giovanni Sartori. Ma pure loro devono essersi già visto sventolare un qualche cartellino giallo sotto il naso dalla nuova lobby per alcune opinioni e posizioni non troppo vatikane. Da Corriere della Serva, come lo chiamavano i suoi detrattori, a Corriere della Perpetua? Si direbbe di sì, visto che il bubbone integralista e catechista si è ormai esteso pure alle pagine sportive! Già, perché domenica c’era un pezzo sulla partita Genoa-Udinese, uno degli anticipi del sabato. Era un articoletto con una foto sola. Ora, magari voi, banalotti come me, penserete che la foto ritraesse il centravanti del Genoa autore di una doppietta. Sbagliato. Era dedicata all’arbitro Rosetti. In primo piano. Con un cerchietto rosso a evidenziare il suo fischietto blu con attaccato un bel crociozzo di metallo (che spero gli vada di traverso la prossima volta che fischia due rigori contro l’Inter). E la didascalia in grassetto: Credente.
Che poi, ridicola e squallida bacchettonaggine a parte, vorrei anche capire a chi Diavolo giova far sapere che un arbitro presuntuoso, antipatico, sopravvalutato e arrogante è pure un credulone fedente. Contento lui… Ma: e ‘sti cazzi?
E poi non lo sa, quel blasfemotto de turìn, che fischiando SI SPUTA?! Oh bastalà.
Ci scusiamo con la memoria di Raymond Carver per questa oltraggiosa parodia del suo racconto Popular mechanics (sperando che, prima di morire, il buon Raymond abbia fatto in tempo a scusarsi per quanto Popular mechanics era oltraggiosamente bruttino di suo...) :D
popular mechanics 2
Pomeriggio tardi a casa Lloyd. Lui è semiubriaco. Lei è semiscema di mente. Stanno per fare la prima cosa intelligente della loro vita: lasciarsi. Sfortunatamente, ne hanno antefatta un’altra un po’ meno illuminata: riprodursi. Ma era inevitabile, visto che siamo in pochi e per colpa di quegli egoistacci dei gay ci stiamo quasi (quasi) estinguendo.
«Mi prendo il bambino» disse Mongo.
«Sei impazzito?» disse Monga.
«Sì, ma voglio il bambino. Manderò a ritirare la sua roba.»
«Tu non lo tocchi il bambino» guaì Monga.
Il piccolo cominciò a piangere.
Mongo si avvicinò. Monga indietreggiò di un passo in cucina.
«Voglio il bambino.»
«Fuori di qui!»
Lei si rintanò con il bambino in un angolo dietro i fornelli.
Ma lui si fece sotto. Tese le braccia oltre i fornelli e agguantò il bambino.
«Mollalo!» gridò Mongo.
«Vattene via vattene via!» gridò Monga gridò Monga.
Il bambino aveva la faccia rossa e strillava. Nella zuffa fecero cadere un vaso di fiori appeso sopra la cucina. Indovinare chi se lo prese sulla testolina santa.
«Sposare un ubriacone come te», disse Monga. «Dovevo proprio avere il cervello nel culo!»
«E dove, sennò» s’incuriosì Mongo.
Lui la bloccò contro il muro, e cercò di farle mollare la presa. Tenne fermo il bambino e la spinse con tutte le sue forze. Il bambino si sbisognottolò addosso. La Pierpipì o la Gianpupù? Tutt’e due. Full.
«Lascialo andare» urlò Mongo.
«Noo» urlò Monga.
«Zitti stronzi!», urlò un vicino dietro la parete di cartapesta.
«Mollalo, Mongo!» disse Mongo.
«T’informo che tu Mongo, io Monga!» precisò Monga.
«Sottigliezze!» gridò Mongo. «Lascialo! È mmio!»
«No» disse Monga. «Fai male al bambino».
«Non gli faccio male al bambino» disse Mongo. «Sei tu che gli fai male.»
Non entrava luce dalla finestra della cucina. Nella semioscurità imbrunita e un po’ imburgnita, Mongo con una mano cercò di allentare la stretta di Monga e con l’altra afferrò per un braccio, sotto la spalla, il bambino che strillava e cagava. Monga sentì le dita che le cedevano. Sentì che il saccottino di merda si allontanava da lei. Monga fu costretta ad allentare la presa, ma un attimo dopo afferrò il bambino per le caviglie. Non l’avrebbe spuntata, quel lurido bastardo di Mongo Lloyd. Lo avrebbe tenuto lei, il bambino. Afferrò il saccottino per le caviglie e si buttò indietro. Ma lui non mollò. Sentì il bambino, lubrificato com’era di pissipissi e popò, scivolargli via dalle mani e tirò a tutta forza.
«Il bambino è di Mongo!» rivendicò Mongo.
«Il bambino è di Monga!» rivendicò Monga.
«Mi state rompendo, ziocane!» gridò il bambino.
Poi, due strappi e un tonfo.
«Amore, ha parlato!» gridò Mongo con un avambraccetto in mano.
«Evviva! Evviva!» esultò Monga, con in mano una gambuccia. «Due mesi prima di quella stronza ritardata della porta accanto!»
«Te credo, quelli ancora leggono libri invece di seguire i reality…»
Quel che rimaneva del bambino stazionava sul pavimento, a quanto pare frignando tantissimo e sanguinando molto bene. C’era anche un po’ di puzza, un cicinìn di fetore.
«Adesso facciamo pace e calmiamoci» propose Monga, «che sta per cominciare La finestra sul porcile.»
«Sì, che bello» acconsentì Mongo. «Calmiamoci e accendiamo la tv.»
«Come, accenderla?! E chi l’ha mai spenta. Mi prendi per una scema intellettualsnòbbe?»
«Eieiei… scherzavo, ochèi?»
«Ochèi.»
«Ochèi?»
«Ochèi.»
«A proposito: hai già telefonato per eliminare Van Guappen?»
«Ci hanno staccato il telefono: sai, 7.000 euro per eliminare Scrotensen…»
«Stacci più attenta, troia.»
«Ne valeva la pena: era bisex e forse leggeva anche libri di nascosto.»
«Ci vorrebbe la pena di morte.»
Gettarono un’occhiata a quello sul pavimento. Stava messo maluzzo.
«Solo una cosa» disse Monga rimirando la gambuccia che ancora stringeva in mano.
«Che c’è» chiese Mongo agitando l’avambraccetto.
«Forse non avremmo dovuto chiamarlo Monco» rifletté Monga.
Oggi, per farmi perdonare del tempo che a volte vi rubo con racconti troppo lunghi, mi limito a postare un divertimento-lampo: ho raschiato il fondo del barile delle mie conoscenze e reminiscenze calcistiche per provare a schierare la squadra più escrementizia possibile. Si accettano suggerimenti per rafforzarla e impuzzonirla! Siamo anche in cerca d’allenatore. Avevo pensato a Marcionello Lippi, non per il nome ma per la simpatia che m’ispira la sua faccia. Ma voi di certo saprete trovare di meglio. (E in panchina potremmo metterci Acquafresca per fare da… sciacquone.)
Vedo che nonno Artemio ha dimenticato lì il suo giornale.
Faccio passare le altre inserzioni. Ce n’è un centinaio. Tutte allo zafferano. È eccitante. Via un’altra. Voce dolcissima di ragazzina. Potrebbe avere la mia età. Esser compagna di ginnasio. Mi arrapa e m’innamora al tempo stesso. «Ho visto il tuo annuncio. Dov’è che sei?» Sono un impeto ormonale. Magari la sposo.
«Paliate.»
«Paliate?»
«Paliate.»
«OK, ti richiamo quando posso venire.»
Dopo un po’ la richiamo, la dolcissima.
«Dove hai detto che sei?»
«Paliate.»
«Ho guardato la cartina. Non c’è nessuna Paliate.»
«Paliate!»
«Da nessuna parte, ti dico.»
«No palla bene taliano. Pa-Lia-Te.»
«Capisco non parli italiano, ma almeno il nome del paese dove stai, diocaro, è incredibile.»
«Ma Paliate.»
«Nessun cazzo di Paliate.»
«PA-LIAA-TTE!»
«Senti vaffanculo.»
Se va troppo su la bolletta i miei s’insospettiscono, dal canto loro. C’è il canto mio e il canto loro, come in tutte le cose. A me interessa il canto mio, ma è dal canto loro che facilmente arrivano le legnate e le purghe, per cui è meglio stare un po’ attenti.
Questa qui dev’esser vecchia o racchia. Nel ramo carne umana le offerte e i saldi puzzano.
«Di bocca senza preservativo, OK?»
«No, pleselvativo semple, metto io.»
«Non sai cosa ti peldi.»
«Plendi pel culo?»
«No, scusa amore, ma vedi io sono vergine, sono più giovane di te, non c’è nessun pericolo.»
«Dice tutti, no pazza da cledelci e no tempo da peldele.»
«Ho sedicianni, diocaro, e sono io che perdo soldi al telefono.»
«No pazza, no aids, no maletìe.»
«Ti dico che sono un ragazzino, sono sano per forza.»
«Quati ani?»
«Sedici. Minorenne. Il mio seme è come il latte.»
«Stlonzo poliziotto fanculi!»
Riappende.
Ultimo tentativo.
«Ciaosonochristian, quanto vuoi per succhiarmelo bene con l’ingoio senza preservativo?»
«Succhiamelo tu, stronzetto» risponde una voce di uomo. «Questo è un centro massaggi serio. Siamo stanchi delle chiamate di voi pervertiti. Ho il telefono sotto controllo e adesso ti rintraccio. Forse ti denuncio e forse no. Stanotte dormi preoccupato, bello.»
Che botta! Che trauma! Che gelo nelle vene del retto!
Giornata di merda. Avrei fatto molto meglio a mettermi a studiare storia, ché domani la Mungitopo interroga. Che batticuore malsano. Dormire preoccupato? E chi ci riesce, a dormire? Se mi denuncia mi tocca più o meno ammazzarmi. E i giornalistucoli scriveranno che è stato per un 5 in matematica. Ci farò pure la figura del somaro, e invece sono solo un coglione.
Quando incontrai Mordilla non me ne fregava più niente. Facevo colazione di sera, guardavo la tv spenta e ci facevo pure zapping, ma ubbidivo lo stesso alla pubblicità (per esempio cambiavo magnaccia telefonico 3 volte al dì), e andavo di corpo soltanto se mi andava a genio. Al cellulare rispondevo solo quando aveva la gentilezza di non suonare. Cercavo anche un A-Social Network a cui si potesse iscrivere chi gli sta sulle balle la gente, ma non ne trovavo, anche perché non navigavo a Vista, ma col computer in stand by. Avevo dei problemini. Ero nauseato da tutto: non guardavo neanche più nel cannocchiale con cui per mesi avevo sbirciato la ragazza dell’appartamento dirimpoppe. Ormai le avevo contate e stracontate: poppe ne aveva solo due, non ce n’erano cazzi, che noia. Quanto al bidé, con lui non ci parlavo da mesi, e avevo rotto anche con la paperella di legno, da quando l’ebbi beccozzi nel cassetto a spettegolozzi alle mie spalle sugli affari miei con tutti gli altri portatovaglioli. Non ci si dovrebbe mai confidare con nessuno. Mordilla è una vampirla mordiglande. Non voglio fargliene una colpa, intendiatevi, ma le definizioni sono importanti e quindi andava detto. L’homo mica tanto sapiens ha fallito in tutto, ma è pur sempre un’ottima etichettatrice. Io per esempio, perché negarlo?, sono uno swiftiano leyneriano ascendente cyberpunk, e un suinteista boh global no parrokkial decaffeinato nein danke tre cucchiaini grazie, e se proprio volete saperlo sono un tropposessuale con l’aggravante dell’alta statura, e per di più (questa non so se confessarla, sto sudando freddo!) sono un probabile mancino mancato, e chi più ne ha più la smetta.
FREE SPACE:disegna qui il tuo tapir-struzzo cocainomane e poi mungilo piano
Il free space doveva lampeggiare, cazzo, mai che funzioni qualcosa…
Giangiorgino diceva: lo conosci quel comunistone di ciarrapico? Giangiorgino diceva: lo conosci quel filantropo di berlusconi? Giangiorgino diceva: le conosci quelle new romantic delle mogli e fidanzate dei calciatori? Giangiorgino diceva: siamo proprio sicuri che mi chiamo Giangiorgino? Guardate che Giangiorgino non era proprio del tutto scemo. Mica vero che non capiva le cose. Capiva alla rovescia, il che è parecchio diverso. Chi non capisce un cristo è come un portiere che non rinvia il pallone perché non sa che in mano ha un pallone e che lo deve rinviare. Giangiorgino il pallone lo rinviava. Di tacco dentro la propria porta. Giangiorgino dunque capiva eccome ma capiva all’incontrario: era convinto che quando i ragazzini piangono la madonna si turba mas. (Ah, dici che questa è brutta? Perché, non è un po’ più brutto terrorizzare i fanciulli con l’assurdo ricatto delle lacrime al sangue della signora Assunta, che se esiste avrà ben altro su cui frignare, che non le loro innocentissime seghette?) Giangiorgino diceva: ma perché il free space non lampeggia?
Ecché ti ci metti anche tu?
Ma Giangiorgino soprattutto diceva: come cazzo si fa a chiamarsi Giangiorgino?
Quando incontrai Mordilla, la vampirla mordiglande, ufficialmente mancavano 7 secondi al mio suicidio. Solo che non avevo ancora deciso come ammazzarmi e avevo così dovuto per forza di cose interrompere il candàun. Non avevo in casa un’arma degna di tal nome. A militare c’erano i Garand che sono fucili efficaci giusto giusto se ti ci spari in bocca, ma non avevo pensato a fregarmene uno: ero ventiduenne e la vita mi sorrideva col suo falso sorriso, la stronza. Era solo dopo, a ventidue e un giorno, che avevo cominciato a soffrire di depressione ai piedi davanti. Impazzire di vita civile!, auguravano quelle rane invidiose a noi congedanti, ma avevano ragione. Se sei un povero cristo nonviolento disarmato, sono cazzi suicidarsi. Quale il sistema più sicuro? Pensai ad un sapido cocktail di diazepam, lorazepam e parmigianato di potassio come antipasto, e come secondo e ultimo saltando il primo una bella dose letame di hamburger da Mc Dollar. Dopodiché, così impasticcato e impesticchiato, ficcare la testa dentro il cellophane, e nello stesso tempo buttarmi dalla finestra impiccandomi in volo (e pazienza se abito allo zeresimo piano, non si può avere tutto, come diceva mio nonno che era ermafrodita tettuto cazzuto ma senza mignoli dei piedi), assestandomi di tanto in tanto per maggior sicurezza una cospicua dose di roncolate al tungsteno sulla testa. Poi ci ripensai. Non si addiceva al mio carattere, morire da esagerato, da sborone, da autospaccone che urla al mondo Hey guardate, poveri fessi, io sì che so farmi fuori come si deve! Nel frattempo avevo già preparato i bigliettini d’addio. Indirizzati a nessuno perché avevo finito gli amici, e i parenti mi stavano sullo stomaco peggio dell’hamburger. E allora perché scriverli, direte? Perché sì. Ci sono cose che si fanno e basta. Siamo più conformisti di quanto sembri. Voi di sicuro. Uno diceva: chi mi trova per favore dica in giro che mi sono sparato: è più affascinante, sa tanto di Hemingway. Uno diceva: mi sono suicidato per alcuni motivi, ma non ve ne dico neanche uno perché mi state sui coglioni. Uno diceva: un racconto “di” ziniaginnestra è più mio che suo, ma non sto accusando lei, sto chiedendo scusa a voi. Uno diceva: un capitolo di arrigofrizzi l’ho digitato io, però sotto dettatura (non di arrigofrizzi). Uno diceva: se non la smetto con queste rivelazioni, va a finire che invece di suicidarmi mi ammazzano. Uno diceva: che cazzo continuo a cacare bigliettini, che tanto berlusconi vi ha già resi tutti analfabeti? Poi Mordilla disse: perché ti vuoi suicidare proprio adesso che finalmente ci sono io a rendere la tua vita più mordace?
In effetti… :-)
FREE SPACE:incolla qui il tuo pelo pubblico più artistico e frastagliato,
oppure grida furtizzimamente “passo!”
Non sono certo un militarista, eppure solo sotto naia ebbi la mia utilità, il mio bel perché, solo lì non fui esistenzialmente parlando l’inutile futile caccola che fui prima e furvessi stata dopo, solo lì non mi trattarono come una puzza dei piedi.
A militare lavoravo all’Ufficio Carteggi Zegretizzimi (UCAZ) della Sezione OAI (Ordinamento, Addestramento, Imboscamento) lassù al comando centrale della caserma operativa. Nomi ne farò pochini, tanto se vi dico che quello del Comandante era Vadacca e che tutti gli ufficiali e sottufficiali lo chiamavano Vadaccaccà voi non ci credete, pensate sia una delle solite invenzioni scatologiche per le quali mi si ritiene fissatello. Più che altro battevo a macchina i menu. Tutti i martedì e giovedì e venerdì e domenica a meno che non fosse pasqua piombava lì in ispezione annuale straordinaria il generale Pechinese. Antipastini misti piemontesi, agnolotti al sugo di lepre, pernici in agrodolce ai mirtilli e kirsch, paté di patate potate petit, formaggio di fossa con miele di castagno, frutta di stagione, frutta secca, frutta sciroppata, meringata con panna montata e marron glacées, caffè, ammazzacaffè, sigaro cubano, ammazzasigaro, ammazzachestomaco, carta dei vini a parte, quella la batte a macchina il mio collega il geniere Rognauro detto anche Del Coso per via del suo rarissimo tic verbale, qualsiasi cosa tu gli chieda lui ti risponde Del Coso, però per il resto è quasi normale, a parte gli occhialoni quadrati del coso e la faccia da rospo del coso dei cartoni animati del coso e il fatto che pur essendo uno studente maschio ventottenne di geologia del coso un po’ fuoricorso pare una geologa femmina però coetanea della mia bisnonna del coso e che di geologia come di tutto il resto del coso non ci capisce un Coso (quindi farà strada, perché se non l’aveste capito questa storia triste si svolge in un tristo paese del coso chiamato italiA).
Venivano schierati ad accogliere con tutti gli onori il generale Pechinese la guardia armata (vabbè, le guardie coi Garand, non stiamo a sottilizzare), l’ufficiale di picchetto con la fascia blu di traverso sul petto, e in rappresentanza del comando il Tenente Colcappello Stitighezza della sezione Intelligence che gli baciava l’anello, nel mentre che i sottufficiali Bove Giovinco e Lavacca (tutti veri) gli passavano una bella leccata sul cinturone.
OK, giovini, ma quando si mangia?, sbofonchiava impaziente il generale Pechinese.
FREE SPACE:fa’ un po’ tu, possibile che le idee debba averle tutte muà?
Giangiorgino da bambino era giovanissimo. Giangiorgino era anche un po’ figliuzzo di puttana, ma solo per parte di madre. Giangiorgino nell’adolescenza era così bruttino che le ragazze lo chiamavano Lo Spaventapassere. Finito di rompere i coglioni con questo Giangiorgino? Ok, ora la smetto. Peccato però, mi ci stavo affezionando.
Un tropposessuale è una persona parecchio complicata e a detta di taluni (invidiosi) esageratella. Nella variante del vostro Mario Véronique Sorensen Puddu, detta Variante Varia, al malato di mente in questione piacciono in ordine sparso le donne mature e maturotte, i ragazzi, le ragazze, gli angeli se esistessero, i transex diciottenni che per fortuna esistono, le tigri, le pantere nere, le aquile reali e i pettirossi. Vigliacca se uno solo di questi ci fosse mai stato, voglio dire senza pagare, almeno per un succhiotto. Eppure ero un bello stangone. Ma lo chiedevo male. Sbagliavo gli approcci. Usavo trappole per pettirossi per catturare le tigri, ottenendo come unico risultato quello di farle parecchio incazzare. Andavo in cerca di bei fichetti lassù dentro i nidi delle aquile, e anche le aquile s’incazzavano come bestie, e dalle uova quando riuscivo a ciularne qualcuna o qualchedue non uscivano ragazze in tanga ma aquilotti del cazzo, o al massimo, il più delle volte, frittate.
FREE SPACE: fai seccare qui il tuo petalo di petunia anche se è già secco da far schifo, e poi ricordati di gettarlo nella raccolta differenziata oppure mangialo
E adesso eccomi con Mordilla, che in fatto di succhiotti aveva idee non del tutto innovative ma in compenso alquanto minacciose. Erano secoli che sognavo d’incontrare qualcuno a cui dedicare le parole di Vieni a vivere con me di Luca Carboni: “Potremmo dirci certe cose da far accapponar la pelle, potremmo fare certe cose che ci fucilano alle spalle”! Ero stufo di scialba normaluzzità. Ma con Mordilla si va ben oltre, e mi sa che a me mi fucileranno alle palle (sempre se sopravvivono alla vampirla, che di preferenza morde il glande, ma non solo). In fondo, provare strane esperienze è un vizio di famiglia. Mio nonno per esempio andava a letto con le galline, perché pensava che così avrebbero fatto le uova più grosse. Il mio bisnonno invece non è mai esistito e questo spiega e se non capisci rispiega e se non capisci rispiega e se non capisci vaffanculo come mai la mia vita sia un fortuito paradosso cazzo-temporale senza ombrello (sans parapluie potrebbe dire un francese anelante farsi affari miei, e io potrei anche rispondergli male). Poiché per chi non l’avesse capito la vita è uno scherzo del cazzo. Nel frattempo tirava aria di leggero razzismo, in paese, ma proprio appena appena un zichinìn. Lo capii quando ricevetti l’opuscolo Sto Paese Informa che diceva che in paese erano immigrati 72 marocchini, e a ruota il giorno dopo arrivò il numero zero di Sto Paese Inforna che malizioso si chiedeva: “Quali marocchini?”.
FREE SPACE:urlami qui il tuo barbarico SGRUNT
Mordilla, la vampirla mordiglande, era una persona molto istruita. Era l’unica al mondo ad avere quattro diplomi di quinta elementare conseguiti in quattro scuole diverse. Appena diplomata tornava a iscriversi alla prima elementare, perché sosteneva che l’istruzione che ti danno le Elementari non te la dà nessun’altra scuola, e forse almeno dalle nostre parti è davvero così. Dalla mia maestra ho imparato tante belle cosine, dai miei docenti universitari ho imparato solo che conveniva comprare a caro prezzo il libriccino di 26 pagine scritto da loro perché le domande all’esame le prendevano solo e tutte da lì. Mordilla m’insegnò cose davvero fondamentali, come il fatto che uno sciatore è quasi sempre sci-munito, che la porcellana non si ricava dalla tosatura dei maiali, che la demenza senile non è quando alle donne impazziscono le tette, e che per tre punti non allineati passa una e una sola circonferenza, quindi ne passano due: “Salve, sono Una”; “Buongiorno, sono Unasola”. Spazzò via dalla mia mente molti altri dubbi e inesattezze, anche se a volte le parole delle sue spiegazioni non è che mi arrivassero molto chiare e decifrabili, poiché Ella spiegava senza mai smettere di pasteggiare avidamente con la punta del mio cazzo. (Opssss: si potrà scrivere “punta”?)
Ma che goduria, con Mordilla. Che male, però. Però che goduria.
Sul treno c’era questo buffo signore molto grasso e piuttosto imbiancato che si metteva sempre a parlare con noi. Cioè, lui parlava, e noi per educazione stavamo attenti.
Per chi ce l’ha presente, somigliava all’avvocato Renz di Un caso per due, un po’ più rotondo e un po’ meno avvocato. Chi non ce l’ha presente non mi rompa troppo il cazzo. Aveva degli occhialini che non servivano perché guardava solo da sopra, e parlava sempre dei programmi che ascoltava alla radio, e che la radio era intelligente e la televisione cretina, e noi lo lasciavamo parlare. Altre volte invece diceva cose sul latino e sul dialetto. Per fortuna, il nostro tragitto per andare a scuola era breve, e noi portavamo pazienza. Però a Gavirate eravamo contenti di scendere, e che il signore abbondante proseguisse per Varese.
Questi treni avevano almeno cinque vagoni, e noi cambiavamo sempre, e l’abbondante saliva a bordo una stazione prima. Ma evidentemente rimaneva in piedi, e a Gemonio ci teneva d’occhio. Aveva una predilezione per noi, come uditorio.
Ad ogni modo, anche se quello era il paese del maledetto ignorantificio, detto anche liceo scientifico, scendere a Gavirate era un sollievo, dopo tutti quei bla bla bla sul dialetto e il latino e le trasmissioni radiofoniche culturali.
A Varese il ciccione aveva un negozio, mi disse un giorno il mio vecchio che lo conosceva di vista. Una piccola bottega di materiale elettrico e affini. Nel centro storico della città. Dalle parti di Corso Matteotti, però non proprio nel corso. In qualche viuzza più defilata, sperduta. Siccome questo tizio sul treno c’era sempre, e veniva sempre dove c’eravamo noi, e non se ne stava mai zitto, cominciammo di nascosto a chiamarlo l’Ippopotamo e a ridere di lui. Dicevamo “nienteippopotamo di meno” e altre simili stronzate. Così ci vendicavamo delle cose che ci toccava sentire tutti i santi giorni sulla radio e sul latino e sul dialetto, che proprio non ne potevamo più. Probabilmente, in questo suo negozietto non ci andava nessuno, e così lui passava tutto il tempo ad ascoltare qualcuna di quelle sue radioline che non avrebbe mai venduto. Pensai che da questo punto di vista poteva anche fare pena. Però agli altri non lo dissi.
A un certo punto all’Ippopotamo venne la frenesia della politica, e parlava sempre della Lega Lombarda, che a quel tempo non si chiamava ancora Lega Nord, e diceva Roma Ladrona e che i meridionali sono la nostra rovina. E che il dialetto andava scomparendo. L’unico che non scompariva mai, era lui.
Una volta ce lo ritrovammo nienteippopotamo di meno che sul treno della domenica pomeriggio che avevamo preso per andare allo stadio, a vedere la partita di serie B del Varese contro la Sampdoria. Venuto a sapere della nostra destinazione, ci ammannì tutta una serie di dotte delucidazioni sulla fusione tra le antiche squadre genovesi della Sampierdarenese e dell’Andrea Doria.
Noi eravamo tentati di dirgli qualcosa sulla fusione delle antiche parole babilonesi Vhaffah e ‘Nqulu, ma non dicemmo niente. A quei tempi si portava un sacco di maledetto rispetto, sapete, per i grossi. Volevo dire i grandi.
Quelli dell’Ippopotamo, col tempo, divennero dei veri comizi elettorali ferroviari (ma il bello è che li faceva solo con noi, che non avevamo l’età per votare). Ogni mattina scendevamo a Gavirate coi maroni fumanti. Il mio vecchio disse che questo Ippopotamo della Lega Lombarda, che però si chiamava Schivazappa, insomma questo signore, scusate il termine, logorroico, si era candidato alle elezioni nelle liste della Lega, che allora era un partito piccolo e accettavano cani e porci, però l’Ippopotamo l’avevano messo in fondo alla lista zoologica per non farlo eleggere, perché col fatto che non stava mai zitto gli si era posizionato sulle balle pure a loro.
A quanto pare lui si amareggiò moltissimo, per questa cosa.
Poi successe che per un paio di giorni l’Ippopotamo sul treno non si era visto più.
Secondo i più maligni fra noi si era suicidato per quella storia delle elezioni.
Il secondo giorno, ritornando a casa, vedemmo che sul ponte sopra la provinciale c’era dipinta con della vernice verde la scritta LEGA LOMBA, e io dissi che l’Ippopotamo era cascato giù mentre scriveva, e tutti risero come matti.
Proprio in quel momento, per la prima volta da quando lo conoscevo, mi dispiacque di averlo chiamato Ippopotamo, perché in fondo era anche lui un essere umano che viveva e che soffriva, e che ogni giorno apriva e chiudeva il suo negozietto senza riuscire a vendere un cazzo, e mi sentii il solo e unico responsabile del fatto che gli altri lo stessero deridendo.
Provai una tale sconosciuta sensazione di tenerezza e pietà, che credetti che una qualche lacrima mi stesse per sgorgare a tradimento da dietro una palpebra.
Sperai anche che dal ponte non fosse caduto nessuno.
Zio Scriba (alias Nicola Pezzoli) è Natural Born Writer, Umorista, Battutista, Poeta Pentito, Gambler Esistenziale, Spirito Libero, Fotografo Dilettante, Dodecasessuale (sesso più, sesso meno), Accarezzatore di Gatti, Passeggiatore Solitario, Edonista Moderato, Romantico Disilluso, Pensatore in Proprio, Puttaniere Sporadico, Eremita Periodico, Ozioso Vizioso, Gay Onorario, Peter Pan Dichiarato, Naturalista Contemplativo, Interista Isterico, Bastiancontrario Cronico, nonché Pericolosa Testa Di Cazzo. Ma se chiederete a lui, vi dirà soltanto: "Permettete? Scrittore". (Di lui invece vi diranno: "Un Tipo Strano, un po' troppo fuori dalla norma". Non sapendo di fargli così il più bel complimento possibile).
Dopo tutta 'sta pappardella, mi sorge il dubbio di dover aggiungere, per onestà, un'altra cosa: ho il sospetto di essere anche leggermente narcisista. L'importante è ammetterlo...
Fra voi si nascondono Artisti. E splendide persone dal cuore grande e generoso. Ho ricevuto per posta, in regalo, questo mio ritratto. L'Artista non desidera notorietà. Allora dico solo: GRAZIE!
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Frammenti mentekatti
Se sei bello ti tirano le pietre. Se sei brutto ti tirano le pietre. Se sei una pietra ti tirano.
Non si può concepire un'Intelligenza Perfetta che non eccella anche in autoironia. Secondo me Dio bestemmia.
Errori storici: a scuola ci hanno sempre detto che Astianatte era l'unico figlio di Ettore. In realtà era il diciottesimo e si chiamava: Ostianàlter!
FALACACCA BEGHELLI. Se ti scappa e non te ne accorgi si mette a suonare. Praticamente ti manda a cagare.
Anno 2012: Artisti in Siberia ai lavori forzati.
A Nadia Tolokonnikova, la mia incondizionata Solidarietà.
CRAZY HORSE
Lui Cavallo Pazzo, io Matt m'en Cavàl!
GAY ONORARIO
Come Pablo Picasso. Come ogni individuo appena decente. (Perché le pecorscimmie omofobe sono quanto di più stronzo abbia mai insudiciato questo mondo.) Anche se per me l'anima umana è ovviamente bisex (o, meglio ancora, asessuata) e le monosessualità sono forzature culturali.
L'Eutanasia non è un capriccio.
NO TALIBAN NO VATIKAN
Onan il Saggio
Il Nonsanto protettore di questo blog: Onan, uomo coraggioso e ribelle, ucciso da un deucolo mafioso, prepotente e collerico per non aver obbedito all'assurdo ordine di ingravidare la cognata rimasta vedova. Sia lode e gloria a Onan il Saggio, inventore NON della masturbazione (che sarebbe comunque cosa MERITEVOLE) bensì del primo rudimentale accorgimento contraccettivo e anti bomba demografica: il coito interrotto!
MEGLIO INTELLIGENTI
Contro chi l'ano lo usa per pensare!
GIU' LE MANI DAI BEAGLE, BIGOLI NAZISTI!
"Nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni" (Albert Einstein)
Purché avesse il coraggio di rifiutare quello che la società gli diceva di fare, un uomo poteva vivere secondo le proprie regole. A quale scopo? Allo scopo di essere libero. Ma libero a quale scopo? Allo scopo di leggere libri, di scrivere libri, di pensare.
Charles Bukowski
"Sei sposato, Manny?" "Non sono mica scemo."
Mi accusavano di tradimento e atti di libidine. Per non essere andato al fronte. Ve lo dico io dov'ero, zoticoni: chino sui libri. Un uomo trincerato dietro il suo libro. Avevano con sé una statua della Vergine Maria. Vi supplico, io sono un ragazzo normalissimo. Tu sei moralmente lebbroso, piccolo, un degenerato. Noi siamo i reduci di guerra cattolici e purifichiamo gli schifosi bastardi come te con l'impiccagione.
José Saramago
Quando la prova sarà terminata, riporrà il violoncello nella custodia e tornerà a casa in tassì, uno di quei tassì dal portabagagli grande, ed è possibile che stasera, dopo cena, apra la suite di bach sul leggio, tragga un profondo respiro e sfiori con l’arco le corde perché la prima nota che nascerà possa consolarlo delle incorreggibili banalità del mondo…
Mario Vargas Llosa
Fece una pausa per creare effetto, come se misurasse la grandezza della mia innocenza o dabbenaggine. “Lei crede che sarebbe possibile fare quello che faccio se le donne assorbissero la mia energia?” mi ammonì, con ribrezzo nella voce. “Crede che si possano produrre figli e storie nello stesso tempo? Che uno possa inventare, immaginare, se si vive sotto la minaccia della sifilide? La donna e l’arte si escludono a vicenda, caro amico. In ogni vagina è sepolto un artista. Riprodursi, cos’ha di bello? Non lo fanno già i cani, i ragni, i gatti? Bisogna essere originali, caro amico”.
Mordecai Richler
I luoghi proibiti dove si daranno convegno i peccatori (sbottonandosi la patta o calandosi le mutande per fare due chiacchiere come si deve) non saranno più i bordelli, o casini che dir si voglia, ma le biblioteche, sotto costante minaccia di chiusura a opera della Buoncostume letteraria. E la nuova malattia sociale sarà l'intelligenza.
Philip Roth
Chi è libero può essere pazzo, stupido, ripugnante, infelice proprio perché è libero, ma non è mai ridicolo. Ha lo spessore di un essere umano.
Mi dava ai nervi che se ero gay lei pensasse di aiutarmi, magari mettendomi un cerotto, tipo. E poi oggi non è più un problema, quindi perché avrei tanto bisogno di aiuto? E soprattutto da lei, quando il suo terzo matrimonio era durato solo qualche giorno? Io sapevo di essere gay, anche se non avevo fatto mai niente di gay e non sapevo se lo avrei mai fatto.
J. D. Salinger
C'era da supporre che probabilmente avrebbero sposato quasi tutte dei cretini. Quei tipi che ti raccontano sempre quanti chilometri fa la loro stramaledetta macchina con un litro. Quei tipi che si arrabbiano come ragazzini se li batti a golf, o persino a un gioco stupido come il ping-pong. Quei tipi che non leggono mai un libro.
Erasmo da Rotterdam
Se ho dei soldi compro libri, se me ne avanzano compro da mangiare. Se me ne avanzano ancora, compro dei vestiti.
Céline
'Sta repulsione istintiva che ispirano i commercianti a quelli che li avvicinano e che capiscono, è una delle rarissime consolazioni che quelli che non vendono niente a nessuno provano a essere poveri come sono.
Gary Shteyngart
"Parlami di te, per favore. Se non ti dispiace..." "Io sono psicotico"
Ora puttane cantanti prendono il posto dei poeti, e puttane danzanti, anch'esse col corpo oliato, si sono messe al lavoro;
Robert Louis Stevenson
È assodato che l’esistenza di gente che rifiuta di partecipare alla grande corsa a handicap per qualche monetina, rappresenta un insulto e un disinganno per chi invece vi partecipa.
Jorge Luis Borges
È fama tra gli etiopi che le scimmie non parlino di proposito, per non essere obbligate a lavorare
Bertrand Russell
L'etica del lavoro è l'etica degli schiavi, e il mondo moderno non ha bisogno di schiavi.
François Truffaut
Amo le Arti e in particolare il cinema, ritengo che il lavoro sia una necessità come l’evacuazione degli escrementi e che chiunque ami il suo lavoro non sappia vivere. Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica basteranno a fare la mia felicità fino alla morte...
J. Krishnamurti
L'imitazione, o conformismo, è uno dei grandi fattori di corruzione della mente; il modello, l'eroe, il salvatore, il guru, è il fattore di corruzione più rovinoso. Il seguire, l'obbedire, il conformarsi, negano la libertà.
Raimon Panikkar
Nel fiume soltanto i pesci morti vanno con la corrente. I pesci vivi vanno controcorrente.
Michael Connelly
A forza di seguire la corrente si finisce in qualche fogna.
Henry David Thoreau
Molti uomini hanno vita di quieta disperazione: non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno. Osate cambiare, cercate nuove strade.
Osho
I creativi sono sempre ritenuti folli. Il mondo li riconosce ma molto in ritardo; si pensa sempre che manchi loro qualche rotella. I creativi sono gente eccentrica. Tutti i bambini nascono con la capacità di essere creativi. Senza alcuna eccezione, tutti i bambini tentano di essere creativi ma noi non glielo permettiamo. Cominciamo subito a insegnar loro il modo giusto di fare le cose e una volta che lo hanno imparato diventano dei robot: in seguito ripeteranno sempre la cosa giusta. Più lo fanno, più diventano efficienti e più diventano efficienti più sono rispettabili. […] Quando un bambino nasce il lato destro è attivo, quello sinistro no. Poi cominciamo a impartirgli i primi insegnamenti, in modo ignorante e non scientifico. Nel corso dei secoli abbiamo imparato come spostare l'energia dall'emisfero destro al sinistro, come bloccare l'uno e fare funzionare l'altro. La scuola fa solo questo: dall'asilo all'università la cosiddetta istruzione non è altro che uno sforzo per distruggere l'emisfero destro e sostenere il sinistro. Da qualche parte tra i 7 e i 14 anni ci riusciamo e il bambino viene ucciso, distrutto. […] Inizia a competere nella scuola, diventa un egoista, acquisisce tutte le nevrosi della società. Si interessa ai soldi e al potere. Comincia a pensare a come diventare più educato per essere più ricco e potente, avere una casa più grande e qualsiasi altro agio. Il centro della sua attenzione si sposta. L'emisfero destro comincia allora a funzionare sempre meno oppure funziona solo nei sogni, nell'inconscio profondo. O talvolta quando si assume una droga. […] Distruggi allora tutto ciò che la società ti ha fatto, tutto ciò che genitori ed educatori ti hanno fatto. Distruggi tutto ciò che il poliziotto, il politico, il prete ti hanno fatto: e sarai di nuovo creativo, proverai di nuovo quel brivido che avevi all'inizio. E' ancora lì in attesa, represso e si può sprigionare... Naturalmente avrai bisogno di molto coraggio, perché quando cominci a disfare ciò che la società ti ha fatto, perderai ogni rispettabilità. Non sarai più considerato una persona degna di stima. Comincerai a sembrare un eccentrico; agli occhi della gente sarai uno stravagante. la gente penserà: quel poveraccio, ha perso qualche rotella...
Oscar Wilde
La società perdona spesso il criminale, ma non perdona mai il sognatore.
Friedrich Nietzsche
E' una finezza che Dio abbia imparato il greco quando volle diventare scrittore - e che non lo abbia imparato meglio.
C'è chi nasce per dire qualcosa e chi per impedirglielo.
Arthur Cravan
Mi stupisco che qualche imbroglione non abbia ancora pensato di aprire una scuola di scrittura. (1914...)
Kellerman fa una sosta alla distilleria del gin. “Non sappiamo cosa farcene di quegli affari là”, dice il distillatore. “Quegli affari come si chiamano che lei ha sotto il braccio”. “È il mio papà”, dice Kellerman. “Un tempo era noto come il Martello di Thor. Ora è in formato ridotto”. “Credevo che fossero dei ravanelli”
Martin Amis
E ora Plutone. Non bisognerebbe mai prendere in giro gli afflitti, naturalmente, ma Plutone è davvero un disgustoso pezzetto di merda. Giove non ce l’ha fatta a diventare stella; Plutone non ce l’ha fatta nemmeno a diventare pianeta. Atmosfera rarefatta, una crosta di ghiaccio spessa 500 chilometri, e poi roccia. La massa di Plutone è circa un quinto della massa della nostra luna, e la sua luna, Caronte (altro cesso) è ancora la metà.
John Fante
«Pecore!» dissi. «Ahimè, che pecore! Vittime dell’ignavia e del sistema, schiavi bastardi degli squali della finanza. Schiavi, parola mia!… È uno spettacolo impagabile. Pecore che vanno a farsi tosare l’anima.»… I loro occhi mi accusavano… D’un tratto mi apparvero in una luce diversa. Avevano un’aria così stupida. Lavoravano così duramente. Mogli da sfamare, sciami di bambini dalle facce sporche, un sacco di pensieri per via della bolletta della luce e del conto del salumiere: erano così lontani, così distanti, nudi in quelle loro tute sporche, con quelle stupide facce da messicani butterati, saturi di stupidità, e mi guardavano tornare fra loro, ritenendomi pazzo, dandomi i brividi. Scatarri appiccicaticci, colle gelatinose, piantati là, disarmati e disperati, con gli occhi tristi e rassegnati dei vecchi animali da soma. Che pensino pure che sono matto! Bifolchi, zucconi, scemi! Non me ne frega niente dei vostri pensieri. Ero disgustato dal fatto di essere così vicino a loro. Avrei voluto colpirli, uno per uno, colpirli fino a che sarebbero divenuti un ammasso di piaghe e di sangue. Avrei voluto gridare loro di tenere lontano da me quei loro dannatissimi sguardi malinconici e imbronciati da cani bastonati, che stendevano una lastra nera sopra il mio cuore, come un sepolcro, una buca, una piaga, al di fuori della quale marciavano i loro morti in una processione che mi torturava, guidando altri morti dietro di loro: come in una parata, l’aspra sofferenza che vivevano attraversava il mio cuore.
da LETTERE A UN GIOVANE POETA
Confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto si domandi nell'ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice "io devo" questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. (Corrispondenza fra Rainer Maria Rilke e Franz Xaver Kappus)
Gli facevan ribrezzo tutti quelli che incontrava, gli facevan ribrezzo anche i loro visi, la loro andatura, le loro mosse. Avrebbe addirittura sputato addosso a qualcuno, e se qualcuno si fosse messo a parlare con lui, l'avrebbe forse morsicato... ... Tu dimmi una frottola, ma dimmela a modo tuo, e io allora ti bacerò. Dir frottole a modo proprio è quasi meglio che dir la verità al modo degli altri; nel primo caso sei un uomo, nel secondo sei soltanto un pappagallo!
E. M. Cioran
Le "fonti" di uno scrittore sono le sue ignominie: colui che non ne scopre dentro di sé, o che vi si sottrae, è destinato al plagio o alla critica.
Imagine there's no countries / It isn't hard to do / Nothing to kill or die for / And no religion too / Imagine all the people / Living life in peace...
Paolo Conte
Libertà e perline colorate / Ecco quello che io ti darò / E la sensualità delle vite disperate
Woody Allen
"Non hai voluto un pompino, così ho pensato di prenderti una cravatta". (Mira Sorvino, LA DEA DELL'AMORE)
Joel e Ethan Coen
"Considerate i gigli del campo, puttana ladra". (George Clooney, FRATELLO, DOVE SEI?)
David Mamet
"Mi mangio quella torta di merda..." "Fatta in casa?" "No, confezionata..." "La troia!" (GLENGARRY GLEN ROSS)