"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

sabato 20 febbraio 2010

Neurodelizia (17)

Ci scusiamo con la memoria di Raymond Carver per questa oltraggiosa parodia del suo racconto Popular mechanics (sperando che, prima di morire, il buon Raymond abbia fatto in tempo a scusarsi per quanto Popular mechanics era oltraggiosamente bruttino di suo...) :D

popular mechanics 2



Pomeriggio tardi a casa Lloyd. Lui è semiubriaco. Lei è semiscema di mente. Stanno per fare la prima cosa intelligente della loro vita: lasciarsi. Sfortunatamente, ne hanno antefatta un’altra un po’ meno illuminata: riprodursi. Ma era inevitabile, visto che siamo in pochi e per colpa di quegli egoistacci dei gay ci stiamo quasi (quasi) estinguendo.

«Mi prendo il bambino» disse Mongo.

«Sei impazzito?» disse Monga.

«Sì, ma voglio il bambino. Manderò a ritirare la sua roba.»

«Tu non lo tocchi il bambino» guaì Monga.

Il piccolo cominciò a piangere.

Mongo si avvicinò. Monga indietreggiò di un passo in cucina.

«Voglio il bambino.»

«Fuori di qui!»

Lei si rintanò con il bambino in un angolo dietro i fornelli.

Ma lui si fece sotto. Tese le braccia oltre i fornelli e agguantò il bambino.

«Mollalo!» gridò Mongo.

«Vattene via vattene via!» gridò Monga gridò Monga.

Il bambino aveva la faccia rossa e strillava. Nella zuffa fecero cadere un vaso di fiori appeso sopra la cucina. Indovinare chi se lo prese sulla testolina santa.

«Sposare un ubriacone come te», disse Monga. «Dovevo proprio avere il cervello nel culo!»

«E dove, sennò» s’incuriosì Mongo.

Lui la bloccò contro il muro, e cercò di farle mollare la presa. Tenne fermo il bambino e la spinse con tutte le sue forze. Il bambino si sbisognottolò addosso. La Pierpipì o la Gianpupù? Tutt’e due. Full.

«Lascialo andare» urlò Mongo.

«Noo» urlò Monga.

«Zitti stronzi!», urlò un vicino dietro la parete di cartapesta.

«Mollalo, Mongo!» disse Mongo.

«T’informo che tu Mongo, io Monga!» precisò Monga.

«Sottigliezze!» gridò Mongo. «Lascialo! È mmio!»

«No» disse Monga. «Fai male al bambino».

«Non gli faccio male al bambino» disse Mongo. «Sei tu che gli fai male.»

Non entrava luce dalla finestra della cucina. Nella semioscurità imbrunita e un po’ imburgnita, Mongo con una mano cercò di allentare la stretta di Monga e con l’altra afferrò per un braccio, sotto la spalla, il bambino che strillava e cagava. Monga sentì le dita che le cedevano. Sentì che il saccottino di merda si allontanava da lei. Monga fu costretta ad allentare la presa, ma un attimo dopo afferrò il bambino per le caviglie. Non l’avrebbe spuntata, quel lurido bastardo di Mongo Lloyd. Lo avrebbe tenuto lei, il bambino. Afferrò il saccottino per le caviglie e si buttò indietro. Ma lui non mollò. Sentì il bambino, lubrificato com’era di pissipissi e popò, scivolargli via dalle mani e tirò a tutta forza.

«Il bambino è di Mongo!» rivendicò Mongo.

«Il bambino è di Monga!» rivendicò Monga.

«Mi state rompendo, ziocane!» gridò il bambino.

Poi, due strappi e un tonfo.

«Amore, ha parlato!» gridò Mongo con un avambraccetto in mano.

«Evviva! Evviva!» esultò Monga, con in mano una gambuccia. «Due mesi prima di quella stronza ritardata della porta accanto!»

«Te credo, quelli ancora leggono libri invece di seguire i reality…»

Quel che rimaneva del bambino stazionava sul pavimento, a quanto pare frignando tantissimo e sanguinando molto bene. C’era anche un po’ di puzza, un cicinìn di fetore.

«Adesso facciamo pace e calmiamoci» propose Monga, «che sta per cominciare La finestra sul porcile

«Sì, che bello» acconsentì Mongo. «Calmiamoci e accendiamo la tv.»

«Come, accenderla?! E chi l’ha mai spenta. Mi prendi per una scema intellettualsnòbbe?»

«Eieiei… scherzavo, ochèi?»

«Ochèi.»

«Ochèi?»

«Ochèi.»

«A proposito: hai già telefonato per eliminare Van Guappen?»

«Ci hanno staccato il telefono: sai, 7.000 euro per eliminare Scrotensen…»

«Stacci più attenta, troia.»

«Ne valeva la pena: era bisex e forse leggeva anche libri di nascosto.»

«Ci vorrebbe la pena di morte.»

Gettarono un’occhiata a quello sul pavimento. Stava messo maluzzo.

«Solo una cosa» disse Monga rimirando la gambuccia che ancora stringeva in mano.

«Che c’è» chiese Mongo agitando l’avambraccetto.

«Forse non avremmo dovuto chiamarlo Monco» rifletté Monga.

«Vaffanculo» imprecò Mongo.

«Mi piaci quando t’incazzi» disse Monga.

«Dài, facciamone un altro» disse Mongo.


8 commenti:

  1. Grandioso! Ironia super crudele ma necessaria visti i tempi.

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  2. Grazie ragazzi, ho visto i vostri commenti nell'intervallo di Inter-Samp, e mi hanno (quasi) consolato dalla rabbia per quello che ci sta combinando quel figlio di troia in malafede di tagliaventO, che se esiste una giustizia a casa sano non ci torna...

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  3. quindi la M del post precedente era propedeutica. :)
    troppo divertente. ciao.

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  4. NIck, impara l'inglese che ti prendono al volo nei Monty Python... :)

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  5. Finirò col Mont...armi la testa, amigos. Anzi, my friends... :D

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  6. Grande. Racconto impeccabile. Uno spaccato fantastico di quello che è la famiglia mediatica del giorno d'oggi, una famiglia che forse si accorge solamente di chi ha attorno nei momenti della pubblicità (ho detto forse). Tra parentesi io adoro Carver era avanti anni luce...
    un saluto

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  7. Temo che la pubblicità sia la cosa che apprezzano (e capiscono) di più.
    Anch'io ho amato Carver. Ma poi me l'ha fatto odiare un certo editor che pretendeva COPIASSI da lui (Come racconto - permettimi un po' di autospamming - in Tutta colpa di Tondelli).
    Ma forse un giorno lo riscoprirò, lo rivaluterò, e tornerò a volergli bene. E a chiedergli scusa per questa demenziale parodia... (Magari scoprendo che invece, chissà, è piaciuta pure a lui...)

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