l'idea più pazza del più pazzo fra gli scrittori

"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 28 settembre 2009

Stronkabukko parade



Ma quale Donleavy,

noi abbiamo le mazzantine!



Un paio di amiche mi hanno tirato (con qualche ragione) le orecchie. Il tuo, hanno detto, non sembra neanche il blog di uno scrittore e di un amante dei libri: sembra l’Anti-italiano del grande Giorgio Bocca, più sboccato (e molto più anti). Perché non ci dai mai qualche buon consiglio (o sconsiglio) di lettura? Noi di te ci fidiamo! A parte il fatto che in queste cose è sempre bene non fidarsi di nessuno, mi sono deciso, così, per gioco, a propinarvi qualche mia recensione. Con un’avvertenza: non essendo il mio mestiere, e non ricevendo io soldi da nessuno, non mi metterò a correre dietro alla stretta attualità delle novità in libreria, ma seguirò il disordinato capriccio delle mie personali letture e riletture. Sarà un po’ come riesumare il vecchio critico J. Stronkabook dell’Inkazzo Periodiko, anche se poi, essendo io molto selettivo (e squattrinato!) all’atto dell’acquisto, saranno più i libri di cui parlo bene di quelli di cui parlo male.


Peter Cameron

Paura della matematica (Adelphi) Deliziosi racconti che brillano per intelligenza e poesia, ironia e tristezza esistenziale. Magistrale il primo, in cui una giovanissima guardia antincendio, contenta di vivere in una capanna circondata da foresta a perdita d’occhio perché ha bisogno di solitudine (“la solitudine mi guariva, mi piaceva stare da solo”) riceve la visita di un misterioso vecchio, che gli chiede aiuto per seppellire la moglie: sembra opera di un Carver che ha imparato a scrivere meglio. La magia viene quasi del tutto a mancare solo nei due pezzi narrati con voce femminile. Forse perché l’Autore non riesce a immedesimarsi nell’animo e nel pensiero di una donna. O forse perché, maligneranno i più misogini, vi riesce fin troppo bene… Compiti a casa è un capolavoro, con passaggi da leggere, rileggere, assaporare rapiti.

Voto: 9-


J. Krishnamurti

Lettere alle scuole (Ubaldini)

Forse il testo più accessibile e meno criptico fra quelli del geniale autore di Libertà dal conosciuto, cioè Jiddu Krishnamurti, l’anti-guru per eccellenza. Allevato in gran segreto da una Supersetta di Illuminati per rivelare al mondo le Verità Definitive, il giovane Krishnamurti mandò la setta a carte e quarantotto rivelando che, ovvio, non c’era un accidente da rivelare. E che nessun essere umano ha il diritto di ergersi a guida spirituale di altri esseri umani. L’autore sostiene che le tanto esaltate Tradizioni sono malefica, orrenda zavorra di cui liberarsi per poter cominciare finalmente a ricostruirci da zero. Che il nozionismo e l’erudizione sono roba da scimmiette ammaestrate. E che ideologie e religioni sono le due facce altrettanto odiose dello stesso fetido inganno. Ma soprattutto ci spiega che l’Intelligenza ha sempre avuto ben poco a che vedere con le attitudini logico-analitiche che determinano il cosiddetto Q.I. (buone tutt’al più per diventare schiavi di lusso di qualche multinazionale dell’informatica militare). L’Intelligenza è, molto più semplicemente, saper pensare sempre e comunque con la propria testa. Sempre e comunque. Con la Propria. Cazzo. Di. Testa. Liberi da ogni condizionamento. Se ci sembra una cosa facile, è perché forse, in realtà, non ci abbiamo mai veramente provato.

Voto: 8


J.P. Donleavy

Fiaba a New York (Garzanti)

Questa fiaba funebre dalla copertina nera è una delle cose migliori (e più divertenti!) che abbia mai letto. Scrittore delizioso, ricco di forza e di spirito, frasi brevissime e perfette, scolpite per l’eternità. Uno dei pochi capaci di essere Tragicomici come si deve! La scena del tribunale invaso dalle pulci è fra le più spassose della storia della letteratura. Un vecchio meraviglioso Scrittore irlandese, e di lui nella vergognosa Italia non possiamo reperire (mercatini dell’usato a parte) che una recente traduzione di Neri Pozza (Ginger man) e questo remainder Garzanti di oltre trent’anni fa! Ma cosa fanno i nostri editori, dormono? O aspettano improbabili bustarelle dalla verde Irlanda? Ma forse quel birbante di Donleavy è un po’ troppo maschilista per attecchire oggi da noi, gravidi come siamo di tutta questa “nuova” narrativa al femminile espettorata in sala parto, con le pagine inondate di placenta e ben sterilizzate contro quelle terribili malattie che si chiamano umorismo, ironia e intelligenza…

Voto: 9+


Patrick Dennis

Zia Mame (Adelphi)

“Ma mi faccia il piacere! Se ne vadi!” direbbe il grande Totò. Per una volta avrei dovuto dar retta al sciùr D’Orrico e spendere meglio i miei soldi. Robetta frivola e dozzinale, scritta con le terga da una personcina insulsa, mai all’altezza di un’idea di partenza, quella sì, davvero seducente. Dopo le prime pagine, incredulo di tanta banalità, superficialità e pochezza, mi metto a piluccare saltabeccando qua e là per capire se è il caso di continuare a infliggersi la lettura o se è il caso di buttare il libro nel cesso. Trovo l’irritante espressioncina “convola a giuste nozze”. Butto nel cesso.

Voto: 2-


Cormac McCarthy

Figlio di Dio (Einaudi)

Una storia terribile nella natura selvaggia. Raccontata terribilmente e selvaggiamente bene. Una scrittura impeccabile e asciutta permette a questo Maestro di parlare di necrofilia senza scadere né in moralismi né in compiacimenti morbosi. Un autore simile non può mancare in nessuna libreria domestica. Sarebbe un peccato.

Voto: 8


Shalom Auslander

Il lamento del prepuzio (Guanda)

“Dio è uno stronzo”, ci dice questo divertentissimo Giobbe moderno. E anche se può essere vagamente sconcertante il fatto che dica di credere assolutamente all’esistenza di questo Stronzo uno che, lo si capisce, è troppo evoluto per crederci, si sta volentieri al suo gioco. Ogni tanto qualche passaggio superfluo e “già letto” (queste famiglie ebraiche dei romanzi americani sembrano sempre la stessa famiglia), ogni tanto la sensazione che certi osanna al capolavoro siano un tantinello propagandistici e forzati, comunque un libro che si riesce a leggere fino in fondo con piacere. Non mancano le parti illuminate e illuminanti, come a pag 258: “Scrivere in modo strano le parolacce è un trucco comune dei devoti. Quando non predicano che razza di Maniaco del Cazzo è il Signore, si comportano come se fosse un Idiota del Cazzo”.

Voto: 8-


Scott Heim

Le sparizioni (Neri Pozza)

Un libro che prometteva davvero tanto, ma non mantiene quasi nulla. Quello per questo autore è per me uno dei più clamorosi casi di innamoramento interruptus. La storia finisce col girare a vuoto attorno alle stesse tre o quattro idee (mamma malata, ragazzini scomparsi, droga, robivecchi), e l’essere strampalatissima invece di un riscatto diventa un’aggravante. Non basta tratteggiare splendide (davvero splendide!) atmosfere e magistrali descrizioni per fare un romanzo. E le droghe, dopo Irvine Welsh, hanno decisamente annoiato e rotto il cazzo. Il voto è comunque alto, poiché, con tutti i difetti che ho trovato e la delusione che via via mi faceva cadere le braccia nell’andare avanti, siamo comunque in presenza di un vero Scrittore, anche se i dieci anni trascorsi fra il penultimo libro e questo fanno sospettare che davvero la droga gli abbia dato dei seri problemi. Ultime pagine (punto debole di nove autori su dieci) bellissime e commoventi, innamoramento forse solo rimandato: proverò a leggere il suo acclamato capolavoro, Mysterious skin, e poi ve ne riferirò.

Voto: 7½


Donald Westlake

L’esca (Alacran)

Al tempo stesso un thriller e una feroce parodia dell’ambiente editoriale. Scrittore famoso e in crisi offre un gran mucchio di soldi a scrittore fallito e squattrinato. In cambio, costui dovrà cedergli la paternità di un romanzo (dalle nostre parti questo schifo è all’ordine del giorno, ma pure in America a quanto pare non scherzano…) E soprattutto dovrà uccidergli la moglie. Una buona ottima lettura per rilassarsi sul dondolo d’estate, o da godere in poltrona davanti al caminetto acceso d’inverno. La scrittura non è trascendentale, eppure qua e là diviene sapiente, ironica, gustosissima, graffiante, lo diviene quasi per sbaglio, come se un vero scrittore si fosse volutamente trattenuto, col piede sul freno, per la necessità di sfornare un bestseller popolare (Westlake è stato anche sceneggiatore di successo, e sapeva bene cosa significasse scrivere per vendere) ma poi ogni tanto si fosse distratto e avesse accelerato. Per i miei gusti ci vorrebbero un po’ più annotazioni “cattive”, come quella in fondo a pagina 165, su coppiette, normalità e marmocchi. Apprezzabile il finale, anche se forse è meno geniale e sorprendente di quanto voleva essere. Resta il rincrescimento per una storia che, viste le premesse, poteva rivelarsi di ben altro spessore.

Voto: 7


Glenn Cooper

La Biblioteca dei Morti (Editrice Nord)

Intrattenimento un po’ furbetto, ma sofisticato e di alto livello, e basato su un’idea portentosa e agghiacciante, degna di un Paul Auster o di un José Saramago. Forse era meglio lasciar scrivere il libro a uno di loro, dopo avergli venduto l’idea. Magari ne sarebbe venuto fuori un vero capolavoro, invece di questa, peraltro godibilissima, sceneggiatura da filmone pieno di stereotipi. Si sta volentieri al gioco, e si rimane incollati alle pagine.

Voto: 7+


Joe Mc Ginniss

Il miracolo di Castel di Sangro (Kaos) Gustoso e sincero ritratto d’italioti eseguito da un intelligente, spiritoso, simpatico, incredulo Scrittore americano così innamorato del calcio da seguire in full immersion per un anno, giorno dopo giorno, l’incredibile avventura in serie B della squadra di un piccolo paesino, in un racconto che sobbalza di continuo dalle vette dell’Amicizia ai miseri baratri della disonestà e della stupidità umana. Ovvio che solo un miracolo poteva permettere l’uscita dell’edizione italiana, e solo grazie a un editore coraggioso come Kaos, dopo che un editore più grande ma di più piccolo profilo morale, essendosi accorto con sommo rammarico che il libro non era una banalità di calci d’angolo e cucina tipica abruzzese, ma parlava anche di malaffare, droga e partite truccate, aveva strappato un contratto già firmato. Un super romanzo che avvince, diverte, commuove, indigna, 450 pagine che si leggono d’un fiato. Grazie, Grande Joe, per le tue doti quasi infantili (in senso buono, buonissimo) di purezza, incredulità, onestà, passione, sincerità nell’amicizia, e per la tua scrittura coraggiosa, fresca, ironica e autoironica. Bestseller all’estero, inesistente per la balda critica da salotto mafiosello che ci ritroviamo da ‘ste parti…

Voto:


Julio Cortazar

Ottaedro (Einaudi)

Spunti affascinanti, atmosfere stregate, grande intelligenza, fervida immaginazione, sprazzi di poesia e di alta scrittura, filosofiche saggezze. Eppure, nonostante la brevità dei racconti, prevale a volte come un’ansia di finirli in fretta. Anche se non manca la freschezza di qualche buon virtuosismo sperimentale, mi sembra un autore particolarmente adatto per chi ama una letteratura vecchio stampo, verbosa, cerebrale e sovraccarica di simboli e immagini.

Voto: 7½


Ian Mc Ewan

Chesil Beach (Einaudi)

La storia di un amore distrutto dall’inibizione sessuale proprio la prima notte di nozze. Si legge anche come affresco socio-antropologico dell’Inghilterra dei primi anni Sessanta, in attesa di quella rivoluzione che porterà a un ribaltamento fin troppo accentuato, e alle rovine di segno opposto dello squallido mondo canino e sessuomane di oggi. La scrittura è gradevole, qua e là piacevolmente graffiante, e sprizza eleganza lessicale da tutti i pori. Però è anche monotona, dalla cadenza sempre uguale, e le troppe descrizioni e i flash-back (a volte davvero irritanti, specie quando scattano con prevedibile e altamente improbabile meccanicità da psicoburattino – sta succedendo questa cosa quindi mi ricordo di quella volta che…) fanno sì che pur superando di poco le 100 pagine il libro non sia per nulla indenne dal Grande Nemico di chi scrive e di chi legge: la signorina Noia. Ben resa, veritiera, e ahimè “riconoscibile” la dinamica del rovinoso litigio finale.

Voto: 6½


Peter Cameron

Quella sera dorata (Adelphi)

Non è solo l’originalità della storia, non solo i personaggi straordinari, o la magnifica ambientazione in una villa-eremo uruguayana. È che questo meraviglioso, geniale Scrittore riesce a mettere in ogni singola riga, in ogni singolo particolare, una cura deliziosa, un’intelligenza che dà luce, riesce insomma a creare quella magia che fa sì che uno legga d’un fiato e senza noia qualcosa per più di trecento pagine e arrivi alla fine col dispiacere nel cuore per il fatto che le pagine non siano tremila. Questa delicata magia si chiama Scrittura. Anche se nella parte centrale e finale perde un po’ quota, precipita quasi nel feuilletton sentimentale, a conferma del fatto che (a rischio di contraddire quanto ho appena affermato circa le tremila pagine) la distanza ideale su cui deve misurarsi uno scrittore moderno è molto più breve, come ben dimostrerà il successivo romanzo del medesimo autore.

Voto: 8-


Jorge Louis Borges

Finzioni (Einaudi)

Racconti vertiginosamente perfetti (La Biblioteca di Babele che mi incantò da ragazzino) accanto ad altri più erudibondo-cervellotici che magari partono da un abbrivio geniale e poi si perdono arrotolandosi tediosamente su se stessi (nel primo, così bella l’annotazione iniziale su specchi e copula, egualmente abominevoli perché moltiplicano gli esseri viventi, o quella nota sul mondo creato da pochi minuti con un’umanità provvista di falsa memoria, poi si legge con interesse ma si sbadiglia un po’). Per esempio, Pierre Menard, autore del Chisciotte, sarà anche una gustosa satira degli sproloqui degli eruditozzi sui libri, ma è così adesivamente esemplificativo di detti sproloqui che il lettore, pur divertendosi qua e là, finisce con lo sbirciare le paginette che mancano pensando: ma quando finisce ‘sta roba? Se il giudizio complessivo non può che essere d’incantato e rispettoso stupore (e i racconti della seconda parte sono uno più bello e avvincente dell’altro), va comunque aggiunto che la sconcertante traduzione di Franco Lucentini (letterale, piena di spagnolismi e di vocaboli muffo-arcaici, come il troppo ricorrente “vendicazione”) lascia piuttosto interdetti. Ma lui se ne vanta tutto tronfio in un’altrettanto sconcertante e provocatoria noticina finale, in cui, con l’arroganza del teppistello impunito che fa marameo, viene a dirci di aver addirittura, rispetto alla precedente edizione, rincarato la dose in senso peggiorativo. Mah.

Voto: 8+ ( e 4 alla traduzione).


Karel Capek

L’anno del giardiniere (Sellerio)

Libriccino d’una gradevolezza e di un’intelligenza inaspettate, che dimostra come una mente di genio possa parlare di giardinaggio e inanellare felicissime trovate umoristiche, lievi ma saporite, accanto a piacevolezze di saggezza filosofica. Valga per tutte la considerazione di pagina 22: “è così: tanto più si è dannosi quanto più si è attaccati alla vita”, riferita, apparentemente, alle erbacce. Forse ha contribuito al farmi sentire fratello questo poliedrico autore praghese lo scoprire una comune intuizione contro l’aggiunta di un giorno, negli anni bisestili, al “catarroso” febbraio (con la sola differenza che io propongo e sogno un 32 luglio, lui un altrettanto auspicabile 32 maggio) o il fatto che anche lui, come me e meglio di me, amasse “creare parole”: si deve infatti a una sua commedia (R.U.R.) nientemeno che l’invenzione della parola “robot”! È sempre una piacevole sorpresa, quando pagine di oltre ottant’anni fa sembrano esser state sfornate, al più tardi, stamattina… Illuminante anche la riflessione sulla bruttezza delle scarpe cucite da Tolstoij. A ciascuno il suo mestiere.

Voto: 8

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